mercoledì 23 dicembre 2015

Natale 1989.




Plymouth 24 Dicembre 1989
A bordo della Motonave Condor.

La viglia di Natale, Jan il nostro Nostromo, Luwala la nostra mascotte di Bordo ed io, la passammo a bordo della Condor in riparazione nel Porto di Plymouth.

Il Comandante -armatore e il resto dell'equipaggio erano andati dalle loro famiglie per le feste natalizie e a bordo per ragione tecniche eravamo rimasti in tre: Luwala la nostra mascotte , Jan il nostromo cuoco ed io. 
Quel Natale  non la posso certo annoverare tra le mie feste migliori ma senz’altro, tra i  più originali e sicuramente indimenticabile.

Jan ed io avevamo decretato che per festeggiare degnamente e da bravi cristiani la viglia di Natale, dovevamo prepararci un tacchino arrosto.

Nel nostro frigorifero, per quanto rovistassimo, non trovammo nessun tacchino, ma, insieme alle solite carni bovine e suine, solo dei polli e un’anatra congelata.

Ponderammo a lungo la possibilità di andare in un supermercato per comperare un tacchino,  aveva però cominciato a piovigginare, faceva freddo e così, di comune accordo elevammo l’anatra a tacchino natalizio.

Pensammo a lungo come preparare l’eccelso avvoltoio,  dopo tanto ponderare, decidemmo che in ogni volatile natalizio che si rispetti, ci voleva un ripieno.

Nel frigorifero della cambusa trovammo mezzo litro di salsa bolognese e dello  speck affumicato, c’era anche il resto del riso di un paio di sere prima quando Jan ci aveva preparato uno squisito Nasi Gore ,con salsa di crema di arachidi e Sambal Oeleck, la potente salsa di peperoncini rossi dell’Indonesia; altro non trovammo

»Tutto questo dovrebbe bastare.«  Decretammo di comune accordo e cosi, mentre Jan si dava da fare a tagliare un paio di cipolle da amalgamare col lo speck, il riso e la salsa bolognese, io  mi accinsi a togliere l’anatra diventata tacchino dal suo involucro di plastica.

Luwala, ben sapendo che le era stato tassativamente proibito di entrare nella cambusa,  si era posizionata davanti all’entrata e molto interessata al nostro dafffare ci osservava senza perdere mai d’occhio ogni nostra mossa.

L’avvoltoio finì nel forno a scongelarsi e mentre un Jan lacrimante, tagliava la cipolla; io cominciai a rovistare nei cassetti e armadi della nave alla ricerca di qualche decorazione natalizia.

A Bordo avevamo solo delle palline colorate e della lametta argentata ma per quanto rovistassi, non trovai un vero e proprio albero di Natale di plastica come molte navi hanno e questo naturalmente, non mi andava genio.

»Un Natale senza albero natalizio è come una birra senza schiuma!« Pensai e così, anche se piovigginava un poco, decisi di uscire a fare un po’ d’acquisti natalizi.

In città fui molto sbrigativo e veloce: Da Woolworth mi presi un piccolo albero di Natale di plastica con luci e lametta incorporate e un paio di cassette DVD filmate.

Dal macellaio un bell’osso per Luwala e dal pasticcere una torta di mele, mi pressi anche un paio di bottiglie di vino e ritornai a bordo senza neanche bermi una birra.

Nel frattempo Jan aveva non solo preparato il ripieno, ma lo aveva pure trasferito dentro l’avvoltoio ed era intento, usando un ago e spago da velieri, a cucire e a sigillargli il culo.

Pago del suo lavoro, guardò la sua opera e, visto che era ancora presto, la mise nel frigo e cominciò a pulire la cambusa.

Da parte mia, mentre Jan puliva la cambusa, avevo messo l’albero di Natale sul televisore,  un po’ di lametta argentata un po’ dappertutto in mensa agganciandola agli oblò e ai ganci nelle paratie che ci servivano da attaccapanni e, ricordandomi che qualche giorno prima nel sacco degli stracci avevo visto una bella tovaglia colorata, l’andai a prendere e la distesi sul tavolo.

Così addobbata la mensa ci sembrava una reggia.

Jan ci preparò del caffè fresco ed io misi la torta di mele sul tavolo, diedi l’osso di bue a Luwala che, avendolo sicuramente già fiutato, aveva spostato la sua posizione d’osservazione dalla cambusa alla mensa.

Imperterrita, si prese l’osso tra le fauci e trotterellando in un angolo del corridoio, iniziò a rosicchiarselo in pace.

Ci eravamo appena seduti al tavolo quando sentimmo una voce che da terra ci stava chiamando.

Era uno degli inservienti del porto venuto ad avvertirci che quella sera avremmo avuto una bassa marea eccezionale e, pertanto, ci disse di stare attenti alle nostre cime d’ormeggio.

Augurandoci un Buon Natale, l’uomo inforcò di nuovo la sua bici e pedalò via nella pioggia nebbiosa del mezzo pomeriggio.

Seduti in mensa, mentre Luwala stritolava il suo osso di bue, ci bevemmo il caffè e mangiammo mezza torta di mele, lasciando il resto per la sera.

Jan ed io, in frangenti simili, non avevamo molte cose da dirci, perciò ci guardammo uno dei nuovi film e verso le cinque, mettemmo l’avvoltoio nel forno e ritornammo in mensa a vederci un  film.

Verso le otto di sera, Jan mise le patate a cuocere, aprì una scatola di crauti rossi, li mise in pentola e, dopo aver fatto soffriggere della cipolla, ci aggiunse una bella mela sbucciata e ritornò subito in mensa.

Verso le nove di sera il nostro avvoltoio arrosto era pronto e cucinato a puntino. Jan lo aveva tolto dal forno e messo in un vassoio.

Lo aveva posato sulla porta del forno perché rimanesse bel caldo e, mentre io imbandivo la nostra tavola natalizia e Jan si preparava a decorare il vassoio natalizio con i crauti rossi e le patate lesse,  sotto l’attento sguardo di Luwala che non lo perdeva d’occhio un singolo istante, ci preparò anche una salsa di pollo preconfezionata.

Proprio quando tutto era pronto e stavamo per portare il nostro cenone di Natale in mensa, sentimmo secca una delle cime d’armeggio, ormai tesa al massimo, scricchiolare, prossima alla rottura.

»Scheiße, Chief abbiamo dimenticato le cime d’ormeggio!« Sbottò Jan e scattò verso l‘uscita.

Senza indugi, lo seguii sperando di arrivare in tempo.

La bassa marea era davvero eccezionale, la nave era scesa di almeno cinque metri dal livello della banchina, sembrava veramente che fossimo caduti in un immane buco nero e, da come si muoveva l’acqua del porto, non avevamo ancora raggiunto il livello minimo finale.

Prima allentammo le cime di poppa e poi andammo a prua.

Dalla prua potevamo guardare a filo di banchina e vedere in distanza le luci della città.

Dietro le finestre delle case, visto che non pioveva più e l’aria era tersa, potevamo vedere tante luci colorate e nel porto della Royal Navy un grande albero di Natale tutto illuminato.

Come due derelitti in un mare di luci e in un Mondo in festa, ci accendemmo una sigaretta e silenziosi ci guardammo in giro ognuno immerso nei suoi pensieri e ricordi.

Se non fossero state quelle luci, dietro le finestre e l’albero di Natale della Marina, avremmo potuto pensare di vivere in un citta fantasma.

Le strade erano semplicemente deserte, non si vedevano macchine in circolazione e il silenzio era assordante.

Noi due ce ne stavamo lì a guardare fumando in silenzio e pensavamo lontano.

»Dove diavolo è Luwala?« mi chiese Jan guardandosi in giro.

»Come? Cosa hai detto?«

»Luwala non ci ha seguiti Chief,« mi avvertì Jan.

La chiamai… non rispose… silenzio assoluto.

Non sentii nemmeno il suo muso toccarmi una gamba come usava fare di notte in coperta, per dirmi che mi era vicina.

Niente, Luwala era rimasta a poppa.

»Jan quella dannata ci sta fregando l’avvoltoio!« dissi allarmato buttando la mia sigaretta a mare.

»Allora questa sera divento un coreano,« ringhiò Jan minaccioso scendendo veloce la scaletta che dalla coperta di prua ci portava a quella di lavoro dove c’erano i boccaporti delle stive.

»Speriamo di no!« pensai mentre seguivo Jan che a grandi passi si dirigeva verso poppa.

Senza rendermi conto se che con quel “Speriamo di no” intendevo lui coreano o Luwala ladra di avvoltoi natalizi, lo seguii fino in cambusa e là ci rendemmo conto che in effetti, il nostro bel cenone di Natale era sparito.

La chiamai, ma Luwala non rispose e tanto meno si fece vedere.

»Forse è andata da te in cabina.« Disse Jan.

»No, da me viene solo a dormire; lei ha però il suo posto segreto sotto la scala che dal ponte di lancio porta a quello di navigazione.« Spiegai incamminandomi per andare a vedere.

Quella dannata cagna se ne stava lì sdraiata sulla coperta di legno sotto la scala, con il nostro cenone di Natale tra le zampe e al nostro apparire fece finta di niente.

Ci piantò gli occhi addosso scrutando attentamente ogni nostra mossa mentre, contenta e beata, annusava il culo dell’avvoltoio proprio là dove la salsa bolognese, il riso del Nasi Goren e lo speck con la cipolla pian piano fuoriuscivano.

La ladra si alzò sulle zampe solo quando noi oltrepassammo quel cerchio di sicurezza che ogni felino ha e che pertanto anche una dannata cagna, una spudorata ladra di cenoni natalizi come Luwala, indubbiamente aveva.

Con l’avvoltoio al sicuro tra le sue zampe e il naso ben fisso a pochi millimetri dal suo culo, Luwala ci guardava ringhiando minacciosa.

»Chief, penso che crauti rossi con patate lesse e uova fritte possano andare pure bene come cenone di Natale e, se proprio vogliamo, possiamo farci anche un paio di braciole.« Commentò Jan vedendo la mal partita.

»Ciò che pian piano mi sta facendo andare veramente in bestia è quello strafottente ghigno che quella stronza ha stampato in faccia! Jan, quella cagna lì, non ci sta minacciando; quella li ci prende in giro! Adesso capisco che cosa aveva in testa! È tutto il pomeriggio che ci sta spiando. In tutto questo tempo, lei non ha mai perso d’occhio l'anatra e, al momento opportuno l'ha rubata.« -Gli spiegai- »Ciò che mi fa arrabbiare è il suo ringhiare e sghignazzare  canzonatorio, quella disgraziata ride di noi.« Aggiunsi tra l’arrabbiato e il divertito.

Infatti, le cose stavano proprio così. Luwala, con quella sua ridicola posa di ladra di cenoni natalizi, con quel suo ghigno cretino e ben studiato, ci dava da intendere che per nessuna ragione era intenzionata a dividere la sua preda e che era meglio per noi se l’avessimo lasciata in pace.

Ormai sapeva che aveva vinto lei e ce lo stava facendo sapere con quella sua grottesca farsa da guerriera ladrona.

Bastò che facessimo un mezzo passo indietro e lei si ridistese sulla coperta e, tranquilla come se fosse tutta sola al Mondo, cominciò a leccare il culo del dannato pennuto.

»Questa sera, quando vieni a dormire, faremo i conti!« Ammonii la larda che ormai, sicura della sua preda, imperterrita e senza scomporsi, continuava a leccare le chiappe all’avvoltoio.

Nella cambusa trovai Jan che, tra l’incazzato e il divertito, stava cuocendo un paio di braciole.

La nostra mascotte si ripresentò davanti alla porta della mensa una mezz’ora dopo.

Guardinga, la ladra guardò cercando di capire che aria tirava, senza entrare e con le fauci spalancate, mi guardava intensamente e capii che aveva sete.

Sfido io che quella disgraziata aveva sete; l’anatra era sta ben pepata e salata, la salsa bolognese era del tipo piccante ammazza sette e pure la pancetta affumicata aveva la sua bella quantità di sale.

Riempii un secchio d’acqua, glielo misi davanti al naso e ritornai in mensa a guardare la Tv.

Solamente quando mi accorsi che voleva entrare in mensa le indicai perentorio le scale che portavano alla mia cabina. Silenziosa Luwala si girò e andò senza battere ciglio su per le scale ma, prima di andarsene mi guardò sorniona, quasi ridendomi in faccia e poi se ne andò a dormire.

Verso mezzanotte, quando pure noi andammo a nanna, trovai Luwala che dormiva sorridendo nel sonno.

Il giorno dopo, guardammo sotto le scala dove Luwala aveva il suo nascondiglio, non trovammo niente, nemmeno un chicco di riso… la ladra, si era mangiato tutto, cipolla compresa.

La Motonave Condor (Storie di uomini e di navi, Band 1) (Italienisch) Taschenbuch – 16. März 2017


  • Taschenbuch: 314 Seiten
  • Verlag: Independently published (16. März 2017)
  • Amazon Kindel
  • Sprache: Italienisch
  • ISBN-10: 1520853440
  • ISBN-13: 978-1520853444
  • Größe und/oder Gewicht: 15,6 x 2 x 23,4 cm
  • Versione cartacea ed elettronica