venerdì 12 gennaio 2018

Nonno Luigi Miculan


 
All’inizio del Ventesimo secolo, in Friuli la gente era ancora mentalmente in uno stato di semi schiavitù, valeva la parola del padrone e di chi giornalmente girava in camicia bianca e cravatta.

Nei paesi, la prima persona per ordine d’importanza era il Parroco, poi c’era il Sindaco e infine il Maresciallo dei Carabinieri.

I padroni di piccoli negozi, d’imprese edili e gli artigiani, erano una casta a se che cercava accuratamente di non pestare i piedi a nessuno dei tre, badando bene a farsi gli affari propri.

Ciò che mi era sempre sembrata inguista, era la posizione sociale dei contadini.

Non importava quanti campi uno possedeva, quante mucche uno aveva nella stalla o quanti vigenti possedeva, a quel tempo un contadino, era sempre considerato quasi un essere inferiore e nella mente di molti, questo era sinonimo d’ignoranza e grossolanità.

Il lavoro nei campi era arduo e in prevalenza manuale.

Nelle grandi famiglie che, tra figli con le rispettive mogli e prole arrivavano facilmente a una ventina di persone e in certi casi sfioravano anche la trentina, regnava il patriarcato nei campi e il matriarcato in casa.

A quel tempo le grandi famiglie usavano nominare i loro figli secondo i numeri progressivi, conobbi un Primo, come anche un Sesto e un Ottavo, ma conoscevo anche diversi Decimo;

tutti grandi e infaticabili lavoratori e tutt’altro che servili o paurosi.

Anche mio nonno materno Luigi, era un contadino tutt’altro che pauroso o servile.

Nonno Luigi era un Uomo tutto un pezzo, dritto di schiena, rispettoso degli altri, ma non certo servile.

Lo chiamavano il grigio per il suo modo di vestirsi, sempre in grigio con giacca e pantaloni e gilè, immancabilmente grigi.

Subito dopo la prima guerra mondiale, il nonno come tanti altri, coltivava la terra dei discendenti del Doge Manin, di Venezia.

La Villa dei Conti Manin a Passariano nel Comune di Codroipo è il tipico esempio delle feudalità e del latifondismo veneziano in Friuli.

Nell’ambito di pochi chilometri quadrati nel Comune di Codroipo si contano tre contee, con tanto di residenza feudale per gli aristocratici e povere abitazioni per i contadini di allora.

L’unica fonte di riscaldamento invernale, oltre alla cucina con immancabile focolaio friulano a fuoco aperto sotto una grande cappa per il fumo, a quel tempo era la stalla delle mucche, dove le famiglie si riunivano dopo cena durante le lunghe notti invernali.

Durante le lunghe serate invernali, al caldo della stalla, gli uomini di casa allora intrecciavano nuove gerle o riparavano quelle che avevano e le donne lavoravano a maglia ruvidi e grezzi calzini o maglioni per i loro famigliari o rammendavano indumenti.

Le giovani donne di casa ricamavano pudiche la loro dote e più di un matrimonio, fu intrecciato proprio nelle stalle durante le lunghe e fredde notti invernali.

L’antagonismo paesano era una ragione di Vita, come lo era tra le varie famiglie di diverse contee, dove esistevano dei veri e propri clan, ben coltivati e amministrai dai Signori Conti che dalla rivalità dei propri contadini, traevano vantaggio e potevano controllare meglio le famiglie in concorrenza tra loro e ricavandone, il maggior profitto possibile.

Nonno Luigi fu il primo a ribellarsi al despotismo padronale dell’aristocrazia di allora.

I vecchi del paese raccontavano in quegli anni che un giorno nonno Luigi ebbe un vivace battibecco con il Conte, i due non trovarono un accordo su come e con che cosa seminare un determinato campo. Il Conte voleva seminare una cosa mentre nonno Luigi considerava una altra, la cosa migliore da fare.

A Passariano, i vecchi contadini raccontavano che a un determinato momento, il Conte, dall’alto del suo cavallo ebbe la malaugurata idea di dire a nonno Luigi che doveva assolutamente obbedire come facevano tutti gli altri contadini.

Ricordando al nonno che lei era solo un contadino e non un Conte, quel malaugurato aristocratico, risveglio nel nonno l’orgoglio dei friulani e così, senza mezzi termini, nonno Luigi mandò l’arrogante rampollo Manin all’inferno e pochi giorni dopo lasciò la contea con la sua mucca che tirava il suo piccolo carro agricolo con i suoi pochi attrezzi e pochi mobili che il nonno possedeva.

Su quel carro che in pratica segnò una prima ribellione al latifondismo e padroneggio veneziano in Friuli, c’erano pure un paio di polli e conigli, due pecore e un maiale.

Sul carro, assieme ai sacchi di patate e granturco e alla farina per fare il pane, c’erano i suoi bambini e dietro il carro, la nonna Anna che doveva badare che le pecore e capre legate dietro al carro non si slegassero e scappassero via nei campi.

Non mi è difficile immaginare quel semplice trasloco di allora, lungo la polverosa strada che porta da Passariano a Codroipo.

Il nonno Luigi davanti che segnava il passo a fianco della mucca; la nonna dietro il carro che badava alle pecore e alle capre e teneva d’occhio le sue figlie sul carro sedute tra quelle poche cose che possedevano.

In quell’anno nonno Luigi si prese come mezzadro sei campi da coltivare, le sue capacità erano conosciute e pertanto non gli fu per niente difficile trovare altra terra da coltivare.

Chissà che pensieri passavano per la testa ai nostri nonni in quei giorni, chissà se sognavano cose che non conoscevano, o se semplicemente speravano in un futuro con meno stenti e mortificazioni.

Senza lavoro e nell’ozio i nostri vecchi non potevano certo stare, sarebbero morti d’inedia, si sarebbero appassiti come piante nel deserto; sicuramente sognavano un futuro migliore, ma che tipo di avvenire sognavano i nostri nonni se non campi e prati in fiore, coltivati a dovere nella fertile terra friulana?

Che cosa può sognare chi non conosce che il lavoro nei campi e si sente pago guardando il frutto del suo lavoro germogliare dalla terra e lo accudisce mentre cresce e fiorisce e matura quasi dal nulla, esplodendo in una miriade di piante e frutta e colori e profumi?

A cosa può aspirare un Uomo che ammusa la terra dei suoi campi appena arati, che la respira, che s’inebria dell’odore che emana un campo arato e concimato di fresco,

Un Uomo che vive la terra che coltiva come se ne fosse parte integrale di se e che si porta a casa ben impresso nel cuore e nella mente, il verde del granturco, l’odore del fieno e dell’erba appena tagliata, a cosa pensa, che cosa sogna, se non alla Vita?

A cosa aspira un Uomo che stanco dal lavoro dei campi, si ritrova alla sera nella stalla a mungere la sua mucca e a pulire la stalla a darle da bere e a riempire la mangiatoia con nuovo fieno se non alla pace e alla serenità d'animo?

Che cosa pensa un Uomo che si alza al levar del sole, che munge la sua mucca e pulisce la stalla e ritorna nel campi a sgobbare fino al calar del sole se non a salutare il nuovo giorno e il sole nascente?

Sicuramente la vista delle piante dell’uva, colme di grappoli bianche e neri, lo riempie di orgoglio e lo fa sentire vivo e forte mentre I campi di granoturco ancora verde gli danno speranza, ma i campi di grano e i prati di erba sana e florida che testimoniano del suo lavoro, cosa lo inducono a pensare se non alla forza e magnificenza del Creato?

In momenti simili un Uomo teme sicuramente la grandine e scruta con circospetto e sicuramente con apprensione le nuvole nere durante i temporali estivi, in cerca di segni d’imminenti grandine.

Chissà se un Uomo simile pensa a Dio, in qui momenti.

Forse e riconoscente per il buon raccolto e forse, in tacito e tra le lagrime, dopo una grandinata che ha distrutto in pochi minuti tutto il suo lavoro di un’intera stagione; piuttosto che un pensiero di ringraziamento manda rabbioso, quattro madonne al cielo.

Chissà, se invece se ne sta solo li, mesto e disorientato e in piedi accanto a sua moglie, troppo stanca, delusa e avvilita e, assieme a lei, guarda esterrefatto nel vuoto, incapace di pensare?

Sicuramente nonno Luigi quel pomeriggio d’estate dove un temporale con una grandinata che non dimenticherò mai, distrusse quasi tutto il raccolto dell’uva del suo vicino e una piccola parte del suo, non se la sentiva di certo di ringraziare o di mandare pensieri di riconoscenza al Padreterno.

Quel pomeriggio dopo il temporale, stava lì, in piedi accanto a sua moglie in mezzo ai suoi campi guardandosi in giro e lo sentii mormorare un'unica frase: Questo non è giusto, mi sento umiliato e offeso.

»Questa sera reciterò un rosario,« mormoro sommessa nonna Anna.

»Tira giù quattro madonne che è meglio,« bofonchiò nonno Luigi piuttosto amareggiato vedendo che il suo vicino dall’altra parte del canale d’irrigazione, piangeva sommesso e scoraggiato, appoggiato a un gelso.

Quando lavoravano nei campi, li sentivo spesso parlare insieme.

I loro erano discorsi mesti, tranquilli, di poche parole.

Parlavano del loro passato, della loro età, della loro stanchezza e del lavoro che per loro diventava sempre più pesante e arduo.

La nonna non diceva mai tante cose, annuiva quando era d’accordo, ma sapeva anche puntare i piedi e far valere le sue ragioni.

Nonna Anna, come d’uso nelle vecchie Famiglie friulane rispettosamente dava del lei a suo marito, ma con altrettanto rispetto, quando qualche cosa non le andava a genio, dandogli sempre del lei, lo mandava a quel paese.

Quell’Autunno da qualche parte alla fine degli Anni quaranta quando ormai nonno Luigi aveva settant’anni suonati e nonna Anna lo seguiva a ruota, i due decisero di smettere di lavorare la terra.

La loro salute era ferrea, ma la forza era venuta meno, i loro figli e figlie avevano preso strade diverse che quella dei campi e del lavoro agricolo e da soli i due vecchietti non ce la facevano più. 

Nonno Luigi si spense all’improvviso una mattina d’Autunno qualche Anno dopo.

La zia che lo accudiva, mi disse che se ne andò così, stando seduto, subito dopo aver fatto la sua colazione mattutina che consisteva in tre bicchieri di grappa e una tazza di caffè.

Rimase lì, seduto sulla sedia, dritto di schiena come sempre, con il suo ultimo bicchierino di grappa appena svuoto in mano.

La zia mi disse che lo vide posare il bicchierino sul tavolo e lo senti bisbigliare un, »Mandi« sereno e pacato e poi i suoi occhi su questa Terra, si chiusero per sempre.

Il medico chiamato d’urgenza, disse che nonno Luigi si era fermato, come fa un motore, quando ha finito la benzina.

Pochi giorni prima, mi aveva chiesto di accompagnarlo nei campi. Assieme, camminando piano avevamo rifatto la strada che facevamo quando d’estate andavo ad aiutarlo.

Il mio aiuto allora consisteva ne tirare il corretto a due ruote, dove lui e la nonna caricavano la legna da bruciare nel focolaio della cucina e quel poco di erba che serviva per i loro conigli e gli zucchini e cetrioli che crescevano tra i solchi del granoturco.

La sua ultima mucca era stata venduta già da qualche tempo e il fienile e la stalla erano vuoti, avevano solo i polli e i conigli.

La nonna se ne era andata pochi mesi prima mentre era da una delle sue figlie lontano dal paese. Nessuno dei suoi figli glielo aveva mai detto, temevano per lui, sapevano che non avrebbe sopportato l’idea, o almeno le sue figlie e figli, credevano di saperlo. 

Quel pomeriggio, quando andammo nei campi, tutta la compagna attorno a noi era in fiore, ma un’ombra di nostalgia, passò sul suo volto quando arrivando a quelli che una volta erano i suoi campi dai quali aveva estratto il suo sostentamento e si accorse che erano stai trasformati in un unico grande prato.

I proprietari avevano sradicato anche le due file di gelsi che nonno Luigi aveva piantato nel 1943, quando la Guerra lasciò il Friuli e si era spostata minacciosa e implacabile verso Nord.

Pensoso nonno Luigi si sedette sull’orlo del canale d’irrigazione come faceva quando irrigava i campi e mi fece cenno di sedermi accanto a lui.

Passò una mano sull’erba quasi accarezzandola, poi si prese una zolla di terra e la annusò.

»Questo sarà un buon anno Franco, la terra respira,« mi disse guardando lontano.

Nonno Luigi stava lì seduto in quel particolare punto del canale da dove poteva controllare l’acqua per l’irrigazione e guardava i campi che ormai nessuno lavorava più.

Nonno Luigi in quei momenti che ancor oggi mi sembrano eterni stava guardando nel suo passato, di questo ne sono sicuro.

C`era qualche cosa di mistico stampato sul suo marcato volto che sembrava scolpito nel marmo e guardandolo io non osavo ne muovermi ne parlare.

Sentivo che non potevo che non dovevo parlare, pertanto me ne rimasi lì zitto e tranquillo e quasi timoroso di respirare.

Sentivo che in quel momento nonno Luigi stava dicendo addio alla sua terra che con tanta dedizione e passione aveva per tanti anni lavorato, così rimasi li, seduto accanto lui, non dissi niente neanche quando lui cerco la mia mano e la rinchiuse tra le sue.

Rimanemmo seduti sull’orlo del canale d’irrigazione ancora per un poco, finche tutto un tratto si scosse e lasciando la mia mano che per tutti qui momenti, aveva tenuto nella sua, appoggiandosi sulla mia spalla in silenzio si alzo.

Il Grigio come chiamavano nonno Luigi, s’incamminò lento e maestoso verso casa ed io lo segui camminandogli accanto senza parlare.

Strada facendo volle entrare in un’osteria, dove altri suoi coetanei sedevano e mi disse di bere un mezzo bicchiere di Tocai assieme a lui.

Bevvi il mio mezzo bicchiere di vino, lui mi guardo bere e poi mi accompagno alla porta.

»Non avere mai paura di nulla Franco, non importa dove tu vada o cosa farai, non avere mai paura, non ti succederà mai nulla.«

Quella furono le ultime parole che sentii dal nonno Luigi, la sua ultima immagine nella mia mente e quella dell’Uomo che chiamavano il Grigio e che era mio nonno, che fermo davanti alla porta dell’osteria con un bicchiere di Tocai i mano, mi salutava.

Nonno Luigi si spense pochi giorni dopo, subito dopo la colazione e dopo avere bevuto il suo ultimo grappino. 

Nonno Luigi deve avermi trasmesso la sua tenacia, la sua percezione del dovere, il suo senso di rispetto del prossimo, la sua sobrietà e la sua indistruttibile fermezza di carattere e indomabile voglia di libertà.

Soprattutto, chi chiamavano il Grigio, deve avermi trasmesso la sua insofferenza verso ogni sorta di soprusi e ingiustizie.

Nonno Luigi non sopportava i fanfaroni, i venditori di vento, gli ingannatori e ciarlatani vari; li considerava dei parassiti e con il tempo, la vermaglia parassitaria paesana, aveva imparato a stargli alla larga.

Nonno Luigi mi aveva sicuramente trasmesso la sua avversione verso le arroganze e le angherie e la cattiveria d’animo. La sua insofferenza verso chi crede di avere il monopolio sullo sfruttamento degli altri era quasi proverbiale e i falsi e ingannatori, badavano bene a non pestargli i piedi,

La mia intolleranza e antipatia contro chi crede di poter decidere e pontificare e sottomettere e soggiogare a suo piacimento ed esclusivamente per propri interessi il suo prossimo; non vengono che da lui e da nessun altro.

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