La Città di Codroipo in Provincia di Udine, è detta
anche il Paese degli asini per via del suo antico mercato del bestiame che da
sempre, ogni Martedì mattina si svolgeva sotto i vecchi platani del foro
Boario.
Ora il mercato del bestiame non c’è più ma il
nome, almeno nei ricordi dei vecchi paesani è rimasto.
Il paese nacque da un vecchio accampamento
dell’antica Roma posto al crocevia delle strade che da sud, venendo da Aquilea
e dalla costa adriatica, portavano verso nord e quella che da ovest andava
verso est e che, attraverso i Balcani, portava verso la Grecia e
Costantinopoli. Da quell’accampamento nacque mio Paese natale.
Nell’antichità era chiamato Quadribium, poi, con
il passar dei secoli, divenne Quadruvium. Appartenne all’Austria e infine
divenne territorio italiano.
Un tempo, quando andavo a trovare i miei, era come
se ritornassi al mio passato.
Con l’andare degli anni, però, mi accorgevo che
il Paese mi diveniva sempre più alieno sino ad apparirmi pieno di gente strana
e lugubre e come se fosse popolato soltanto da funesti alieni.
Il mio Paese era diventato da poco una Città e
aveva acquisito un non so che di tenebroso, mi sembrava come una via di mezzo
tra una tranquilla e cinica cittadina provincialotta, arrogante e rincretinita
in se stessa e una cloaca di bifolchi con la mentalità da ladri di gusci
d’uovo.
Il Paese era in mano ad una banda d’imbecilli
avidi di soldi, falsi nel parlare e nel fare e di conseguenza, dall’antico
paese di contadini ne era venuta fuori una cinica Città friulana provincialotta
e ottusa, abitata da extraterrestri e non certo da codroipesi.
Anche la Chiesa parrocchiale non era più la
semplice Chiesa Parrocchiale di una volta e pertanto, come si addice a ogni
Città che si rispetti, era stata trasformata in un Duomo.
Il mio paese, dove i sapienti e caparbi contadini,
i provetti artigiani dalle mani d’oro di un tempo non poi tanto remoto, erano
le colonne portanti di una civiltà tranquilla e lavoratrice che vantava ben due
millenni di storia e che nessuno al mondo era mai riuscito a scalfire, non
esisteva più.
Nemmeno la Repubblica Veneziana, con i suoi Dogi,
aveva potuto piegare la caparbia tenacia dei paesani né tanto meno gli
austro-ungarici con la loro crudeltà erano riusciti a squilibrare le fondamenta
di una comunità rimasta tranquilla e operosa nei secoli, sulla quale la Storia
passava; senza poterne intaccarne o cambiarne la tenace tranquillità.
Bastarono invece un paio d'anni e alcuni
bifolchi dalla parlantina facile per cancellare duemila anni di Storia.
Queste, già da diversi anni ormai, erano le mie
amare impressioni quando, da qualche angolo di mondo, facevo una scappatina a
casa a trovare i miei.
Ormai mio paese era il paese –che non–esisteva-più
e mi piaceva sempre meno.
L’altezzosa ignoranza della gente era quasi
grottesca, rasentava ormai l’inverosimile e i novelli cittadini, mi
sembravano diventare sempre più diffidenti e invidiosi, di tutto e di tutti.
I tempi della tranquilla convivenza erano ormai
lontani, se non addirittura remoti, tanto che a volte notavo che anche tra
amici e vecchi compagni di scuola era venuta a mancare la consueta sincerità.
Se è vero, come dicono, che i tempi rimangono invariati nel tempo e che è solo
la gente che cambia, allora quella del paese -che- non-esisteva-più, era
sicuramente cambiata in modo innaturale e negativo.
La gente si era trasformata in una banda di
diffidenti e miscredenti che nulla avevano a che vedere con chi un tempo popolava
un luogo sempre fiorente e tranquillo.
Sul paese ormai sparito si era stesa una cupa e
spessa cupola di invidia e di mal celato rancore veramente singolare.
Mi bastava osservare la gente ai banchi delle
trenta osterie, pizzerie e caffè bar che si potevano contare nel raggio di
neanche un chilometro, per costatare il loro grado di sterilità mentale e
capire quanto i paesani di un tempo erano diventati guardinghi, suscettibili e
diffidenti del loro prossimo.
Di veramente genuino erano rimasti alcuni vecchi
paesani, ovviamente tutti grandi amanti del buon vino della cucina locale, giurati e sinceri amici del Tocai e candidati a morte prematura a causa
della cirrosi al fegato o della trombosi dovuta all’alto tasso di colesterolo o
per arresto cardiaco dovuto all’alta pressione.
Queste piccole malattie collaterali al buon vino e
al saporito mangiare correvano rampanti su e giù per le strade della città,
scegliendosi a casaccio il candidato di turno da carpire da spedire nel
cimitero comunale, in Via delle Rimembranze, erano ormai diventate quasi un
marchio di qualità.
I vecchi paesani ancora rimasti erano gli unici
con cui andavo d’accordo: con loro si poteva parlare con tranquillità e si
sentiva che era rimasta gente sana e sincera.
Puntualmente ci si trovava in
Piazza verso le undici di mattina e, come ogni giorno di tante eternità prima,
immancabilmente ci ripromettevamo di farci solo uno o due bicchieri di vino per
poi andare puntualmente a casa all’ora di pranzo che, da che mondo è Mondo,
scocca inesorabile a mezzogiorno al primo tocco della campana dell’Angelus.
Il problema, però, consisteva nel fatto che nei
paraggi c’erano troppe osterie e tutte vantavano buoni vini e spuntini e noi,
uomini semplici ma perspicaci, sapevamo senz’altro onorare senza schernirci
quel poco che ancora c’era di buono e genuino intorno a noi.
Puntualmente, come ogni giorno verso le due del
pomeriggio, come d’incanto il nostro giretto mattutino terminava e noi, che
avevamo come sempre saltato il pranzo, ce ne andavamo a casa a sorbirci
rassegnati e mogi le consuete ramanzine delle rispettive mogli o madri che non
volevano in nessun modo capire che erano proprio queste nostre comunioni
mattutine che ancora tenevano acceso un barlume di ricordo del paese scomparso.
I loro predicozzi, veri e propri monologhi
commisurati e perfettamente dosati nelle parole e nel tono, potevano durare
anche una buona mezz’ora ma non riuscivano di certo a distruggere in noi il
desiderio di mantenere in vita la fiammella che ricordava il paese scomparso.
Pertanto, sempre sperando che qualcuno più giovane si unisse a noi, pronti a
continuare la tradizione paesana una volta che ce ne fossimo andati per sempre,
l’indomani mattina ricominciavamo puntuali il solito rituale mattutino.
I bigotti cittadini, invece, si tenevano lontani
da noi.
Ai loro occhi, noi eravamo ormai diventati dei paria e quei poverelli
non ci degnavano di uno sguardo che non fosse di commiserazione.
L’ottusa
alterigia tipica dei farisei, proibiva loro di dialogare con noi, per loro, noi
uomini semplici, schietti e genuini, qualità ormai sconosciute in una Città di
bifolchi con la cravatta, eravamo solo degli zoticoni, ubriachi tutto il giorno
e pertanto, indegni della loro considerazione e non più frequentabili.
Il giorno migliore della settimana per me era il
Martedì: sin dalla mia infanzia quello era il giorno in cui in paese c’era il
mercato settimanale all’aperto.
Solo di Martedì, già da diversi anni ormai,
riappariva finalmente il paese che tanto mi mancava, quand’ero bambino c’era
pure il mercato del bestiame ben conosciuto non solo in tutto il Friuli, ma
anche nel Veneto e proprio per questo, i vecchi di allora scherzosamente; lo
chiamavano il paese degli asini.
Ogni Martedì dai paesini vicini venivano i
contadini per vendere la loro verdura, i polli e le uova di galline ruspanti, con il ricavato le donne di casa compravano stoffe per cucirsi i vestiti e
tutto ciò che serviva loro in casa e che la terra non dava.
Come d’incanto ogni martedì mattina, come in una
sagra paesana; tutti si conoscono, i paesani si salutano strada facendo,
s’intrattengono un momento accanto ad una o l’altra bancarella a scambiare
quattro parole e finalmente si parlano.
Ogni martedì, dalla Stazione Centrale all’Asilo
Infantile, il paese risorto si trasforma in un lungo Supermercato, dove c’è
tutto e di tutto: dalla bancarella con pesce “fresco” proveniente dall’Islanda a
pochi passi dalla Stazione, a quella del formaggio nostrano e olandese, non
lontano dall’Asilo.
È tra queste due bancarelle che, per circa un
chilometro, si snoda il resto del mercato del paese finalmente risorto.
Verso Mezzogiorno poi, quando il mercato pian
piano volge al termine, in molti si ritrovano a mangiare nelle osterie e nelle
locande attorno alla piazza dove si serve la buona e genuina cucina friulana:
pane ancora caldo e fresco di forno da mangiare con il bollito o inzuppare nel
brodo allungato con un mezzo bicchiere di vino e un cucchiaio di formaggio
grattugiato, oppure l’immancabile baccalà con l’indispensabile polenta.
Questi sono i semplici e prelibati piatti
casalinghi della patria della cirrosi al fegato e del colesterolo alle stelle e
apprezzati e ben ricordati da tutti i friulani nel Mondo.
L’ora fatidica per il paese suona alle quattordici
di ogni Martedì quando il Mercato finisce e gli spazzini comunali iniziano a
pulire le strade.
Ogni volta che vedevo gli spazzini comunali
all’opera, mi chiedevo sempre chi conduceva e reggeva chi. In tutti gli anni
non sono mai riuscito a capire se era lo spazzino che reggeva la scopa e puliva
la strada, oppure era la scopa stessa che miracolosamente reggeva lo spazzino
e, contemporaneamente, con ogni spazzata che dava, puliva la strada cancellando
in questo modo, il Paese che di nuovo spariva e con lui le sue tradizioni, il
suo folclore, la sua sincerità.
Più tardi, quando le strade e la Piazza erano di
nuovo pulite, tutto ritornava come prima, con la stessa apatia, la medesima intolleranza
e arroganza di sempre e la gente riprendeva pian piano a morire un'altra volta.
Solo noi, gli intrepidi eroi della Banda paesana
del Tocai o del Merlot meridiano, con piccoli semplici contorni di fettine di
salame e formaggio nostrano o, al massimo, con un poco di Grana Padano e pane
fresco, oppure con dei semplici piccoli triangoli di mortadella alti appena due
dita intinta in una semplice salsa al pomodoro ci sentivamo ancora vivi e
consapevoli di esser circondati da un’orda nefasta di Zombi da dimenticare.
Zoticoni a questo mondo ce ne sono tanti, di tutte
le fattispecie e di tutti i colori, sia da questa e sia dall’altra parte
dell’oceano, in Germania come in Italia.
Anche a Brema in Germania dove abito, se ne
trovano diversi, di conseguenza non c’è da meravigliarsi se codesti prototipi
di homo sapiens si trovano pure nel mio paese natale, posto nel bel mezzo del
Friuli e, in definitiva, scomparso perché da poco elevato a città.
Il Paese che non esiste e che non ha nemmeno più
la Chiesa Parrocchiale, giacché anche quella come in ogni Città che si rispetti
è stata elevata agli altari delle Cattedrali denominate Duomo, come amaramente
dovetti un giorno costatare, era pieno zeppo di zoticoni, anzi, era infestato
da zoticoni, era inquinato da zoticoni e un po’ tutti ma, in special modo uno
di loro, l’aveva su con me.
Quello, fra i suoi vaneggi dovuti molto
probabilmente a un colpo di sole o a un coppo piovutogli in testa chissà dove,
un giorno si convinse che ogni Città che si rispetti doveva avere il suo bel monumento.
E' risaputo che un monumento avrebbe dovuto
mostrare qualcuno o qualche cosa di saliente e d’importante nella cronaca
cittadina.
Il guaio era che né il paese scomparso, né tanto meno la Città,
apparsa dopo al suo posto, vantavano eroi o fatti di cronaca salienti, che ne
so, del calibro della presa della Bastiglia in Francia ad esempio, anche perché
a ben vedere, di Bastiglia da prendere non c'è n’erano mai state a Quadruvium.
C’erano è vero, una casermetta e una caserma
vuota, ma quelle, da tanto decrepite che erano, non le voleva assaltare
nessuno.
Gli unici eroi, sia del paese scomparso prima, sia
della Città miracolosamente apparsa al suo posto dopo, erano quelli che
facevano i salti mortali per arrivare dignitosamente a fin di mese senza far debiti,
e quelli se ne fregavano altamente di un monumento che li rappresentasse.
A
quelli non serviva un monumento, sarebbe invece servito piuttosto un lavoro che
nessuno era in grado di o voleva o interessava procurare.
Figuriamoci poi se lo poteva fare un tizio lustro
e ben pasciuto, affetto da doglie cerebrali in procinto di partorire l’idea di
un Monumento Cittadino.
Il guaio era che nemmeno poeti e grandi pensatori
meritevoli di una Statua non c’era traccia nelle cronache paesane del passato e
figuriamoci poi se, se ne potevano trovare in quelle più recenti.
Niente, di
personalità o fatti storici meritevoli di un monumento non se ne trovava
nemmeno l’ombra e all’Asilo infantile un Monumento ai Caduti delle Guerre
esisteva già.
C'era si nella cronaca paesana un latifondista "benefattore" che si era arricchito con il lavoro e il sudore di chi, attraverso un sottile fetta di formaggio vedeva Venezia.
La nuova Città però, secondo il nostro arguto
concittadino, aveva bisogno di un monumento e, dopo tanto penosi travagli
mentali, dalle sue meningi provate, scaturì l’idea di dedicare il tanto agognato
e sospirato monumento, all’Emigrante Friulano.
»Franco ti vogliono fare un Monumento.« Mi salutò
quasi festosamente un bel mattino, il mio amico professore in pensione e
pilastro portante della nostra Banda del Tocai Mattutino.
Senza indugiare ad
approfondire e spiegarsi meglio, mi pilotò nell’Osteria “Sot il Piul” dove gli
altri nostri amici si stavano già allenando e riscaldavano diligenti il palato,
con piccoli sorsi dello squisito nettare friulano che gli usurpatori ungheresi,
come se quei disgraziati non avessero già derubato e profanato e scorrazzato
abbastanza su e giù per Friuli, ci volevano rubare.
»Ho sentito che in Comune stanno discutendo sulla
possibilità di erigere un bel monumento agli Emigranti, e di conseguenza, dato
che anche tu sei un Emigrante, ti vogliono fare un monumento,« mi spiegò,
davanti al banco dell’osteria, continuando il discorso iniziato poc’anzi per
strada.
Prima assaporai un sorso del Tocai che 'oste mi mise davanti non appena raggiunsi
il banco, poi mi accesi una sigaretta. »Credevo che voi altri aveste contato
ormai tutti gli imbecilli del Paese, vedo che quello vi è scappato, come mai?«
Chiesi rivolto al gruppo.
»Non cominciare come tuo solito a incolparci di
questo e di quello, ormai siamo una Città e di imbecilli ce ne capitano addosso
ogni giorno che passa e da tutte le parti, tanto che ormai cominciamo a
perderne il conto. Quello là, ad ogni modo, lo abbiamo individuato e ti giuro
che d’ora in poi lo terremo d’occhio.« Mi promise un altro mio compagno di
classe mentre gli altri, con cipiglio e sguardo fermo e greve, annuivano
solenni.
»Ne hanno già parlato in Giunta durante a loro
ultima riunione,« ci informò il nostro amico oste da dietro il banco.
»Probabilmente non ne faranno niente e poi,
ditemi, dove li andrebbero a trovare i soldi? Per quel che ne so io, il Comune
è vicino all’insolvenza, è quasi in bancarotta o mi sbaglio?«
»Non esserne tanto sicuro Franco, da quella banda
di imbecilli, ci si può aspettare di tutto, questo e ben altro e molto di più,«
sentenzio il professore che al di fuori di Mark e Lenin e di un po’ di Mao e
Fidel Casto; non si fidava che di noi.
Da quel fatidico giorno in poi la Città, nata come
per incanto da un Paese scomparso, si divise in due.
Da una parte si allinearono tutti i cittadini pro
monumento ed erano in molti, dall’altra, tutti i paesani con la testa sulle
spalle che erano in pochi.
Fu così che la ridicola e penosa farsa sul pro o
contro un monumento all’emigrante iniziò con interminabili discussioni e tra
grandi scuotimenti di testa di chi, pur rimanendo neutrale e fuori dalle discussioni,
si sentiva preso in giro e quelli erano gli Emigranti.
»Di te si va dicendo che sei un Agente della CIA,
trasferito in Iugoslavia,« mi confidò un po’ più tardi uno più tardi dei miei
amici.
»Io invece, dai soliti ben informati, ho sentito
dire che Franco è un mercenario al soldo degli albanesi,« gli fece eco un
altro.
»Buon per me che ancora non conoscete la Storia
della Motonave El Castillo, quella che avrei dovuto riparare e allestire a
Creta.« Pensai, sorridendo sornione.
»Tu Franco, da quando c’è la Guerra in Iugoslavia,
nonostante tutte le dicerie sul tuo conto che circolano in Paese, prendi
tranquillamente il treno per Udine e da lì, quello per Vienna, a Vienna poi,
alla Stazione Centrale ti attende un Taxi che viene dalla Slovacchia e sparisci
con lui nel traffico cittadino… capisci bene che questo non fa che alimentare
la fantasia degli idioti! Non ti meravigliare se poi di te si dicono le cose
più strambe e disparate, « mi spiegò il terzo della combriccola, mentre il
nostro amico oste Mario Calligaris, ci metteva quattro nuovi bei bicchieri di Tocai nostrano
davanti al banco.
»E il tuo bicchiere dov’è. « Chiesi al nostro oste preferito, quando vidi che
ne aveva versati solo quattro.
>la giornata è ancora lunga,< mi rispose Mario sorridendo.
Quel giorno il discorso del momu,mento lo lascianno perdere e pian piano terminammo la nostra scampagnata trale osterie del paese e ritormanno all''ovile casalingo.