domenica 20 dicembre 2020

TANIA

 


Da: “Der Fall MS El Castillo“ ISBN 3-86516-375-0

Edizione originale in lingua tedesca esaurita.

Una nuova edizione e-book in preparazione.

 

Dovesse nell’Inferno dantesco esserci una nicchia con un Bar, quella dovrebbe senz’altro essere così come si presentava l’Hollywood Bar verso Mezzanotte a Sousa nella punta Nordoccidentale dell’isola di Creta.

Il Locale era stracolmo di Marines Inglesi che vocianti, quasi in delirio cercavano di danzare, seguendo il ritmo assordante di Zorba, che si ripeteva in continuazione, o seduti ai Tavoli, bevevano come se stesse per finire il Mondo. Noi, della Motonave El Castillo, aspiranti  contrabbandieri d’armi e impavidi rompi blocco navale Nato contro i cittadini slavi, che sui Balcani si stavano sgozzando a vicenda e magari, anche possibili manovali di quello che mi sembrava un nascente terrorismo islamita, stavano seduti al Bar e noncuranti di tutto quel trambusto, bevevamo la nostra Birra.

Tania la sua collega e la loro Mamasan avevano quella sera un bel daffare a preparare tutte le richieste di Birra e a servirle ai tavoli degli assetai militari inglesi.

C’è la mettevano veramente tutta, per loro una pioggia di Dracme simile non arriva mica tutti i giorni e, ogni Birra non servita, era un guadagno perduto.

Due Marines dei po’ anzianotti, quella sera ci avevano preso di mira con le loro macchine fotografiche e ci avevano fotografato da ogni angolazione possibile.

Ci fotografarono con i due Ispettori venuti da Rotterdam assieme all’armatore, Avevano preso di mira Henk e Egon, me, il mio amico Berny e, Cesar, la nostra checca indonesiana di bordo che, quasi in trance, si guardava beato tutti qui ragazzotti inglesi dalle solide chiappe. Verso le tre di notte improvvisamente il locale si svuotò e i Marines, vociando e barcollando, si avviarono verso il porto per imbarcarsi sui pescherecci del villaggio che li avrebbero portati a Bordo delle loro rispettive navi alla Fonda all’inizio della Baia.

»Devono essere a Bordo per le quattro del mattino,« -mi sussurro Tania passandomi vicino- »ora daremo una riassettata al Locale e poi mi siedo accanto a te,« mi sussurrò in un orecchio dandomi un piccolo morso, prima di iniziare a rimettere in ordine i Tavoli e il Locale.

Solo allora mi accorsi che l’armatore assieme a Berny e Cesar, erano già andati via e che al banco del bar, eravamo rimasi solo in tre assieme ai due Ispettori.

Mentre uno degli Ispettori pagando il Conto per tutti e dando anche una lauta Mancia alla Mamasan ordinava un taxi, l’altro dava un paio di migliaia di Dracme a Henk perché continuassimo a festeggiare.

I due sarebbero rientrati ad Amsterdam l’indomani mattina mentre io, avrei preso il mio aereo per recarmi a Rotterdam il lunedì seguente, per organizzare tutta una serie di pezzi di ricambio e nuovi gruppi elettrogeni che mi servivano per riparare la nave.

Sin dall’inizio di questa inverosimile farsa, li avevo avvertiti che la Nave non era adatta a quel tipo di lavoro e fatto loro capire, che avevano scelto me acquistato la nave sbagliata.

»Non noi Chief, lui, e stato l’armatore a farci spendere tutti quei soldi, il tutto, è a suo nome, solo i soldi sono dei nostri clienti, e quelli non scherzano, vogliono vedere risultai e non ascoltare chiacchere,« mi rispose uno dei due con voce tagliente.

»Se non sarà possibile riparare la nave, non si preoccupi Chief, non sarà certo colpa sua e domani sera da Amsterdam telefonerò al nostro amico Kelly in La Grotte e lo saluterò per lei,« mi disse prima di andarsene.

Se ne andarono salutando, non appena arrivò il Taxi e chiedendomi un’altra volta di fare tutto il possibile per mettere la nave in condizioni di prendere il mare, si dileguarono nella notte, proprio quando Tania un po’ sudata veniva a sedersi accanto a me.

»Perché non sei venuto a trovarmi come mi avevi promesso, Franco, non ti piaccio forse?« mi chiese un poco incavolata dandomi un colpetto di gomito nelle costole.

»Cerca di capire Tania, ho molto fare, non potevo venire,«

»Njet Rabboti, strarij Medwed, a bordo sei senza pezzi di ricambio, me lo ha detto Alexandra già una Settimana fa, perché non sei venuto?« Mi chiese di nuovo un po’ rammaricata.

Tania si era girata verso di me e mi guardava con quei suoi occhi che sembravano due gemme preziose.

Lei, con quel suo costumino nero pericolosamente succinto.

Lei, con quel Decolté da capogiro che a malapena conteneva i suoi seni.

Lei, con le sue belle lunghe gambe nude che sembravano scolpite nel Marmo.

Lei, con la sua giovinezza.

Tania si era appoggiata con un braccio al banco e mi guardava intensamente, avevo la netta impressione che più che guardarmi lei mi stesse scrutando, sembrava veramente che volesse rovistarmi nella mente o cercasse di dirmi qualche cosa che non riuscivo ad afferrare, sperando che lo capissi.

Stavamo lì, seduti e taciturni, guardandoci, scrutandoci a vicenda cercavamo di capire cosa volevamo dirci senza parlare e mentre una cascata di luci e di sfumature colorate l’avvolgeva, rendendola fiabesca quasi irreale, mi sentii, come se lei  mi avesse ipnotizzato e quasi senza volontà, mi resi conto, che ero incapace di pensare, di intendere e di volere.

»Rimani con me questa notte, non mi lasciare sola,« la sentii sussurrare sommessamente; agile e graziosa come un Gazzella scese dal suo seggiolone e con passi decisi andò dietro il Banco. Dal Frigo prese una Bottiglia di Spumante e due Bicchieri e passandomi vicino, appena sfiorandomi si incammino verso la Porta che portava al suo appartamento.

Rimase per un momento ferma immobile nel bel mezzo del Locale, sotto la grande palla di vetro colorato che girava emettendo le più svariate luci, sembrava un caleidoscopio e si girò verso di me.

Davanti ai miei occhi prese forma un quadro quasi surreale, di luci e ombre e colori e così, mentre Tania ferma come una Statua di Michelangelo viva e verace sotto quella pioggia di luci e palline e stelle colorate che come folletti, delicatamente, con dolcezza e passione, cambiando colore dal rosso al giallo, dal verde al blu al turchino danzavano e si rallegravano con la loro Fata Turchia, il mio Cervello si svuotò, e mi accorsi di non avere più alcuna volontà, e quando la sentii pronunciare il mio Nome, quasi trasportato da quei piccoli folletti colorati, mi immedesimai in loro e la raggiunsi.

»Dawai Staraij Medwed, andiamo a via da qui,« mi sussurro non appena le fui acconto.

 

 

 

Dopo un lungo Bagno, ci bevemmo un pö’ dello Spumante Fürst Metternich, a letto poi, rapito, con la sua Testa appoggiato sul mio petto la ascoltavo raccontarmi la sua Storia.

Mi parlò di sé, di casa sua in Russia, di come era stata ingannata e attirata a Creta sotto falsi pretesti, del suo lavoro nell’Hollywood Bar della sua volontà di riprendere gli studi di medicina, di Sposare il suo Amico doganiere negli Aeroporti, delle sue speranze di un futuro tranquillo e senza stenti, di avere un giorno una Famiglia sana e crescere i suoi figli.

 La ascoltavo in silenzio senza interromperla, il suono della sua Voce, il ritmico battito del suo Cuore, la pace di starmene lì tra le sue braccia, di percepire il suo calore e respirare il suo profumo, tutto questo era come Balsamo per la mia Anima.

Dopo le Settimane passate a Bordo dell’El Castillo in compagnia di qualche Ratto lustro e ben pasciuto, di una checca indonesiana e del mio amico Berny che mi sembrava sempre più inesorabilmente scivolare nel baratro dell’alcolismo, dopo tutte le vicende e avventure dei Mesi passati; le sue parole, la sua presenza, il suo essere, i tutto, l’insieme, mi davano nuovo vigore e speranza.

Ci addormentammo cosi, parlando, amandoci in silenzio senza far l’amore, eravamo solo felici di stare insieme, ci sentivamo scuri e consapevoli che il tempo a venire, sarebbe stato solo nostro.

 

 

 

Ci svegliammo entrambi verso Mezzodì mentre qualcuno stava bussando alla Porta.

Controvoglia Tania si alzo, indossò il suo Babydoll di pizzo rosso e aprì la porta di appena uno spiraglio.

La sua amica e connazionale le porse due tazze di Caffè fumante e le due ragazze scambiarono sottovoce qualche parola sorridendo.

» Il tuo amico Henk sta ancora dormendo,« mi disse Tania non appena la sua amica se ne era andata, e sedendosi sulla sponda del letto, mi porse una delle Tazze di Caffè.  

Bevvi quasi con avidità, ma avevo occhi solo per quella Forma quasi mistica che intrappolata nel suo Babydoll trasparente si era seduta sul letto accanto a me.  Guardandola nella penombra della Stanza, mi sentii quasi risvegliare da un lungo inutile letargo e mentre lei appoggiava la sua Tazza sul comodino, accendeva due  sigarette e me ne porgeva una, mi chiedevo in che diavolo di mondo avevo vissuto tutte quelle passate Settimane e Mesi  e Anni.

Restammo così per un poco, bevendo il Caffè e fumando le nostre sigarette, guardandoci in silenzio, studiandoci, scrutandoci a vicenda come due belve pronte a scannarsi in un’infinita battaglia di vita e di morte di amore e di odio di gioie e dolori.

Ci osservavamo quasi in trance, incapaci di pensare, di articolare, di decidere e di agire.

Il nostro tempo era arrivato, questo lo sapevamo entrambi, eppure esitavamo, non eravamo impazienti, non volevamo aver fretta.

Il nostro essere insieme era troppo bello e sublime così com’era. Eravamo insieme, sapevamo che ci saremmo amati, ma quasi avessimo lo stesso pensiero, la stessa paura che una parola, un movimento sbagliato anche l’inaspettato battito d’ali di una Farfalla rompesse quell’incantesimo di reciproco desiderio e di comunione dei sensi, esitavamo.

 Tania prese la mia sigaretta e la schiacciò nel portacenere assieme la sua.

Senza distogliere i suoi occhi dai miei si alzò e lascio il suo Babydoll scivolare ai suoi piedi, mi voleva e me lo faceva sapere in un modo così fantastico.

Venne accanto a me nel Letto e con lei, con noi, s’immedesimò l’intero Pianeta, e nell’Universo c’eravamo solo noi due e nessun altro.

Come strappandoci senza pietà da una lunga estasi, qualcuno bussò di nuovo alla Porta e questa volta Tania andò ad aprirla senza coprirsi.

Entrando nella Stanza sorridendo, la sua amica disse qualche cosa, e dal comodino si prese un paio di Sigarette.

Non osavo muovermi, nella mia Vita avevo conosciuto tante belle Donne, ma la vista di quelle due Veneri, accanto a me, nude e universali, era qualche cosa di veramente meraviglioso, di buono, di semplice e di lindo.

Io stavo li incapace di muovermi mentre la sua amica mi guardava, salutandomi in Inglese poi la ragazza se ne andò scambiando un paio di parole in Russo con Tania che ridendo chiudeva la porta dietro a lei.

Solo allora mi accorsi che me ne stavo li, sdraiato sul letto, così come mamma mi aveva fatto

»È bello stare con te vecchio Orso,« mi disse non appena ritorno a Letto accanto me.

Come la sera precedente mi si era rannicchiata accanto  e  aveva appoggiato la sua testa sul mio petto. Stavamo li, tranquilli e paghi, eppure come insaziabili Belve fameliche e battagliere già bramavamo la nostra prossima battaglia, la nostra orgia smaniosa, la nostra prossima comunione.

»Ora mi sento più sicura, vecchio Orso, ora che tu sei qui con me non ho più paura. Martedì però ritorno in Russia. Peccato che tu non sia venuto prima avremmo certamente passato delle belle ore,« mormoro Tania mentre mi si stringeva ancora più vicino, rannicchiandosi, facendosi nella sua possente forza, piccola, piccola, come se stesse cercando un rifugio in cui nascondersi.

Sì, Tania aveva ragione, perché ero rimasto per tutto quel tempo solo a Bordo di una Nave quasi fantasma che mai più avrebbe  ripreso in Mare?

Avevo passato i miei giorni cercando con niente di riparare l’impossibile. Avevo perso le mie giornate riempiendomi di Birra all’Alexandra Bar assieme a Berny che da diverse settimane ormai aveva preso la micidiale abitudine di prendersi un Metaxa con ogni Birra che beveva, cosa che ormai lo portava ad una Cassa di Birra e  a quasi ad una Bottiglia di Metaxa al Giorno senza dare segni di stanchezza.

»La vera ragione per cui non ti cercavo è che la nostra differenza di Età. Sono rimasto solo per troppi decenni ormai, ho cinquant’anni, oltre il doppio dei tuoi, non credo nemmeno di essere più capace di iniziare un relazione vera e propria che indubbiamente comporta tante responsabilità e non solo piaceri e poi avevo anche la sacrosanta paura di innamorarmi di te; in un caso del genere mi sarei sentito veramente indifeso e vulnerabile,« risposi un po’ goffamente sperando che capisca, baciandole i Capelli.

»A volte voi Uomini, siete come dei bambini, a volte addirittura incredibilmente ingenui e non capite niente,« rispose lei cercando di rannicchiarsi ancora più vicino a me.

>Ingenui o no ora ascoltami ben Tania,< -dissi mentre cercavo di pescare una Sigaretta dal Comodino- >Lunedì Mattina prendo il Volo per Atene e da la per Amsterdam, se vuoi posso prenotare una Stanza in un Albergo a Chania, e stiamo insieme per tutta la fine Settimana, tu ritorni a Casa il Martedì, e puoi star in quell’Albergo, cosa te ne pare, ci stai?< Le chiesi sperando veramente che accettasse la mia offerta che era nata li, cosi, spontanea mentre la ascoltavo parlare. Avevo appena finito di parlare che Tania un piccolo gridolino di sorpresa, come una Gazzella salto giù da Letto e a grandi falcate, comincio a camminare su e giù per la Stanza. Era molto eccitata, lo si vedeva, parlando in Russo, quasi danzando, camminava su e giù nella penombra davanti al Letto scandendo con le dita ogni parola nell’aria. Cielo, quant’era Bella, ormai conoscevo ogni millimetro di questa Ninfa dell’Olimpo che danzava davanti ai miei occhi. Questa fanciulla, aggraziata di Vita e franchezza, aveva le capacità di  risvegliare anche i Morti, difatti volevo di nuovo rinchiuderla tra le mie Braccia, stringerla me essere con lei e per lei, essere un’essenza con lei, per noi, perciò mi alzai e le andai incontro. Mi vide e sorridendo si fermo davanti al Davanzale della Finestra, sedendosi, >Spasiba Starij Medwed, staremo insieme fino a Lunedì Mattina.< sussurro tirandomi a sé, e l’Universo ci assimilo ancora e esplose di mille colori con noi, e solo per noi.

>Vieni Franco, portami via, andiamo via da qui, andiamo via da questa Casa,< sussurro dopo un lungo di estasi.

 

 

Avevamo appena fatto il Bagno e c’eravamo vesti, quando qualcuno busso di nuovo alla Porta. Questa volta era Hank che sventolava il suo pacchetto di Sigarette ormai vuoto.

>Mi preparo una borsa e poi ti raggiungo al Bar di Alexandra,< disse sorridendo Tania spingendomi fuori dalla Porta mentre la baciavo di sfuggita sulla fronte.

Poi mi rivolsi a Henk porgendogli il mio Pacchetto di Sigarette.

>Vieni Henk, andiamo a far Colazione, al Bar ti spiegherò tutto,< gli risposi

> Hey, hey, che cosa sta succedendo?< chiese Hank dopo aver visto la scenetta.

Camminando verso l’Alexandra Bar gli spiegai cosa intendevo fare e pure lui convenne che era la cosa migliore che potevo fare.

Al Bar Hemk ordino due cappuccini e due panini al prosciutto e mentre Stella ci preparava la colazione, telefonai al nostro agente navale e chiesi alla sua segretaria di riservarmi una stanza per due persone in un Albergo a Chania e la pregai di cambiare il mio volo dal Lunedì al Martedì dandolo pure le indicazioni del volo che volevo prendere.

L’efficiente Signora non fiatò e dieci minuti dopo mi telefono al Bar dandomi le nuove direttive di volo e il nome dell’Albergo dove aveva prenotato fino al Martedì seguente una camera doppia.

>Dimmi la verità Franco, ritornerai?< Mi chiese Henk dopo che avevamo fatto colazione in silenzio. La domanda che mi fece così a bruciapelo non mi colse di sorpresa, anzi me l’aspettavo, e per un momento, prima di rispondergli lo guardai attentamente. Lo osservai come ordinare due Birre, accendersi una Sigaretta e guardare pensoso fuori oltre la Strada nel piccolo giardino, dove i primi Marines in franchigia già sedevano sul prato, e si stavano riempiendo di Birra e non sapevo cosa pensare di quest’uomo sulla quarantina. Henk era un Olandese, padre di Famiglia, monarchico, amante della sua Patria e della Famiglia Reale, ma anche un Contrabbandiere d’armi, e probabile manovale del terrorismo palestinese. Il miscuglio di Vita civile e Criminalità internazionale in quest’uomo era veramente esplosivo. Politicamente era neutrale, a lui interessavano solo soldi e basta.  Avrei dovuto disprezzarlo. Avrei dopo, sapendo che era anche incline a lavorare di nuovo per tipi come Arafat e Gheddafi nel Mediterraneo, gridarli in faccia tutta la mia rabbia e il mio sdegno. Questo pero non ero in grado farlo, non potevo biasimarlo. Non potevo proprio perché ero io quello che cercava in tutti i modi di riparare la nave, per questo non potevo giudicarlo. Difatti come lui era la manovalanza dell’alta criminalità internazionale, per lui, il manovale, il suo manovale, ero io. Dovessi però voler trovare un argomento di difesa a mio, a suo, a nostro favore, guardandomi i Marines inglesi ubriachi vomitare gli orrori da loro visti nei Balcani sul prato del giardino di Sousa, ciò non mi sarebbe stato per niente difficile. Il blocco navale, per me era un crimine contro l’umanità che aiutava solo i Servi e i serbocroati a massacrare i Bosniaci. Nel mio credo personale, tutti hanno il diritto di morire difendendosi con un’arma in pugno, anche i Bosniaci hanno questo diritto. Solamente i Bambini di questo Mondo erano in grado di dichiararlo colpevole. Solamente i Bambini del Mondo potevano condannarci. I Bambini della Iugoslavia, D’Israele, della Palestina quelli dell’Angola o del Mozambico poteva farlo, ma non solo noi due, bensì tutti noi. Noi cristiani, noi mussulmani, noi di ponente e noi di levante. Noi prigionieri delle luci delle nostre città, delle nostre avidità e lussurie, colpevoli sì, ma allo stesso tempo anche vittime, cacciatori e cacciati, ma soprattutto al disopra di tanta morte e distruzione inutile, fautori e distruttori della nostra Storia a Cultura e tutto questo dannazione, mascherato dagli interessi di Stato o ragioni politiche, per pura e semplice avidità di potere e brama di denaro.

>Non lo so Henk, personalmente credo che a Rotterdam quando telefonerò una Voce mi dirà che l’operazione e stata rinviata, vedi mi mandano a Rotterdam a organizzare quello che potrei benissimo trovare a Creta, qui non siamo nella giungla africana, la Grecia è una Nazione Marinara, qui trovo tutto quello che mi serve, credo che si siano accorti che la Nave non è adeguata, e tutti tirino i remi in barca, non saprei veramente cos’altro pensare.<

>Credi che la nave potrebbe fare un paio di traversate nel Mediterraneo?< Mi chiese pensoso.

>Certo, ma solo con il Mare liscio come l’olio, altrimenti scordatelo, alla prima vera Burrasca questa si spezza in due,< -risposi con convinzione- >questa nave è finita, scordatela, < conclusi proprio quando Tania entrò nel Locale ed io dimenticando Henk e tutti i problemi del Mondo, mi alzai per andarle incontro. Manco mezz’ora dopo, dopo aver salutato Stella e lasciatole una buona mancia, Henk e il resto della Banda che nel frattempo erano venuti pure loro al Bar, aver preso un Taxi fuori dal bar e con Tania andato a Bordo dove in cinque minuti buttai le mie cose nella mia Borsa e la raggiunsi di nuovo nel Taxi, ci trovavamo sulla Strada per Chania, verso una bellissima e lunga fine Settimana.

Andandomene via dalla nave mi accorsi che mi sentivo alleggerito come se qualcuno mi avesse tolto un macigno dalle Spalle. Certo che mi dispiaceva per Berny che presto avrebbe visto sfumare il suo sogno di comprarsi a fin ingaggio dei mobili nuovi. Anche lui però come me aveva già in Tasca il salario degli ultimi tre mesi e mezzo, e pertanto almeno qualche cosa se la poteva comprare già. Ero anche sicuro che anche se con molta probabilità ormai il suo Cervello era annebbiato e un po’ leso dal troppo alcol, prima o poi avrebbe capito in che pericolo ci eravamo andati a cacciare e all’ultimo minuto scappati fuori per la cuffia. Il vecchio Taxi ci mise poco più di un quarto d’ora ad arrivare di fronte all’Hotel Atlantic di Chania. Come se avesse avuto paura di perdermi, Tania per tutto il tragitto dalla nave all’Hotel, mi si era rannicchiata accanto sul sedile posteriore del Taxi, aveva appoggiato la sua Testa sulla mia spalla ed io quasi a rassicurarla le avevo messo un braccio attorno.

Bastò che alla recezione dicessi il mio Nome e con un “Have a nice stay” una Gentile Signora tutta sorridente e mi diede la Chiave della nostra Stanza al quarto Piano. La Stanza si rivelò una piccola Suite dall’aria un po’ umida stagna. Tania con un gridolino di sorpresa accese subito il Televisore del piccolo salottino e con il Telecomando cercò un canale musicale, un qualche cosa di musica pop. La stessa sorte la riservò, tenendo un volume da sottofondo anche al Televisore in Stanza da letto e subito la piccola ma molto ben arredata e accogliente Suite, prese a vibrare di Vita. Decisa, senza dire una parola, mentre io mi ero dato da fare ad aprire un poco le finestre e a mettere in moto il condizionatore climatico per cambiare l’aria delle due stanze e del bagno, lei aveva disfatto la sua borsa e riempito l’armadietto del bagno di una miriade di utensili, bottigliette e flaconcini, lascandomi pero sufficiente spazio libero per il mio rasoio, il dopobarba, lo spazzolino da denti e il dentifricio. Fu nel bagno che per la prima volta dopo aver lasciato la nave ci guardammo in faccia e scoppiammo a ridere come due bambini scappati via da qualche parte dopo aver fatto una marachella. Tania mi venne tra le braccia e abbracciandomi mi strinse con forza a se, >ci stiamo comportando come una vecchia coppia di sposi, ora mi sento ancora più sicura, peccato che tu parta Lunedì,< mormorò sommessa.

>Questa mattina ha fatto cambiare il mio volo, rimaniamo insieme fino ad Atene, voglio essere sicuro che tu prenda il tuo volo per ritornare a  Casa,< le risposi accarezzando la sua lunga chioma. Sentina la buona notizia cercò allora di stringermi ancora di più a sé e per un momento rimanemmo li, nel bel mezzo del bagno, abbracciati senza dire una parola. Mi accarezzo la guancia di nuovo e senti la mia Barba lunga di quasi due giorni, >Ora però ti devi radere vecchio orso,< disse ridendo scivolandomi via dalle braccia e uscendo canticchiando da Bagno.

 

Un paio di minuti dopo uscii dal Bagno, e la vidi distesa sul Letto e addormenta, con il Telecomando del Televisore in mano.

     Le poche ore che avevano dormito la notte passata erano troppo poche, difatti anch’io mi sentivo stanco, quindi chiusi le Finestre e misi il condizionatore dell’aria solo in ventilazione, spensi i Televisori, e mi sdraiai vestito pure io, accanto a lei coprendoci con un leggero copriletto.

      Mentre la guardavo dormire per un breve istante Tania aprì gli occhi; sorridendomi mi si rannicchiò accanto e ci addormentammo insieme.

     Mi svegliai un paio d’ore dopo, e subito mi accorsi che oltre ad aver fame avevo pure sete, Tania dormiva ancora tranquilla e manco mi sognai di svegliarla.

     Dal Piccolo frigo-bar mi presi un succo d’arancia e ne bevvi la metà con avidità, poi sedendomi nel piccolo salottino mi accesi una sigaretta.

     Tania si svegliò a sua volta poco dopo mentre fumando in silenzio ancora incapace di pensare con coerenza.

     Avevo la Testa vuota, cercavo di ragionare ma non riuscivo a coordinate i miei pensieri.

     Le esperienze dei Mesi passati, ma soprattutto le sensazioni delle ultime ore, il tutto mi aveva tolto quasi brutalmente dal mio habitat mentale, catapultandomi in un Mondo quasi dimenticato dal quale ero quasi fuggito tanti Anni prima, rifugiandomi come un esule, tra le onde del mare e nelle budella di una nave.

     Mentre l’El Castillo con le sue magnane mi aveva ricordato non solo che la criminalità armatoriale, ma che anche il terrorismo internazionale per operare ha indubbiamente bisogno di uomini come Henk, Tania mi aveva ricordato che al Mondo esistono altri valori che quello dei soldi e del potere.

     Lei si sveglio mentre seduto sulla poltroncina, la guardavo dormire.

     La vide guardarsi in giro spaesata, forse cercando di ricordarsi dove si trovava, poi mi vive, e balzando sorridendo giù dal Letto venne a sedersi sulle mie Gambe e prendendo la bottiglia del succo d’arancio ne bevve avidamente il resto..

     »Ho sete e sono contenta di essere qui con te,« mi sussurrò in un orecchio.

     »Ho fame, che ne diresti di andare giù al porto, ci sono dei bei ristoranti, dove si mangia molto ben, cosa ne dici?« le chiesi mentre lei accendeva la tv.

     »Mi do una piccola rinfrescatina e poi possiamo andare, anch’io ho fame,« mi rispose alzandosi.

     La piccola rinfrescatina di Tania durò un suonato quarto d’ora, io ci misi due minuti, una lavatina ai denti, un’altra, stile gatto alla faccia, una spruzzatina di dopo barba e subito  dopo, così rinvigorito, mi era pronto a uscire con lei alla conquista del Mondo.

     Lasciandoci semplicemente trascinare dalla Luci della Città e tenendoci per Mano, c’incamminammo senza fretta verso il porto. Tania si fermava di fronte a ogni vetrina di negozio, ma in preferenza davanti a quelli di abbigliamento e di scarpe.

     Guardava tutto con calma, mi accorsi anche che si avvicinava alla vetrata fino a sfiorare con il Naso, quasi volesse toccare tutto quello che vedeva in mostra dietro il vetro.

     Le gioiellerie non le interessavano, e quando passammo davanti ad un Negozio di abiti da sposa, si fermo come colpita da un fulmine.

     La pressione della sua mano nella mie si fece più intensa, con gli occhi spalancati rimase per un momento lì, a bocca aperta, quasi incredula e mentre guardava, affascinata da tutte quelle cascate di chiffon bianco e di seta, un velo di malinconia si posò sul volto, poi quasi invisibilmente si scosse, la pressione della sua Mano nella mia si allentò, e guardandomi sorridendo, mi trascino, davanti ad un'altra vetrina.

     Arrivammo al piccolo porto di pescatori che in vista delle feste Pasquali pulsava di vita come in piena stagione estiva. Sentivo la gente parlare in Tedesco e le pizzerie erano tutte piene di turisti affamati.

      Trovai un Ristorante non proprio tipo pizzeria con una bella vetrina ben guarnita con del pesce fresco e deciso, la pilotai verso uno dei Tavoli posti sotto una bella pergola di piante sempre verdi.

      Il Ristorante era tipico del mediterraneo a conduzione familiare, gestito dalle donne di casa mentre gli uomini uscivano la sera per pescare il pesce da vendere l’indomani.

      Se non fosse stato per l’ambiente decorato stile antica Grecia, si potrebbe benissimo aver pensato di essere a Posillipo, in quel di Napoli.

      Tania, dicendomi che le piaceva il pesce, mi aveva lasciato l’imbarazzo della scelta.

      Alla vista di tutto il ben di Dio che il Locale aveva da offrire, ciò non era cosa da poco e una volta seduti, mi accinsi a studiare il Menu.

       Rimasi con quella che per me, abituato al Fast-Food olandese, o alla Cucina Portoghese di Paco il cuoco dell’Hotel Algarve a Rotterdam, era la classica cena mediterranea.

      Ordinai pertanto un antipasto a base d’insalata di polpo e altri frutti di mare, un misto di vongole al sugo di pomodoro e delle dorate alla griglia.

      Sperando di aver combinato bene le portate, come aperitivo scesi un analcolico, poi mi lasciai consigliare da Cameriere per un bianco locale, secco e leggero, e ci feci portare pure una bottiglia di acqua minerale.

      »Mi piace essere qui con te,« -disse Tania guardando sorridente in giro per il locale e poi nel porto che a quest’ora, proprio perché i piccoli pescherecci erano tutti fuori a pescare, era quasi vuoto- »qui e molto meglio che a casa mia, dove tutto è così buio e freddo e gli uomini bevono troppo. Qui i Ristoranti sono ben frequentai e la gente sembra non avere problemi.«

      »Siamo in una cittadina turistica e le festività pasquali sono alle porte, la maggior parte di questi clienti sono turisti piovuti dal Nord e sta più che sicura che tutti loro hanno risparmiato tutto l’Anno pur di passare un paio di giorni di tranquillità lantana dai loro problemi,« -le spiegai- »domani andremo a mangiare in una piccola osteria locale, allora vedrai con che semplicità e  genuina naturalezza vive la gente del luogo e il tutto, senza luci colorate e camerieri in livrea. Un giorno anche a casa tua le cose miglioreranno e quando ti ricorderai di noi, mi darai ragione, spero veramente che tu non ritorni più in occidente se non in ferie e, che una volta a casa riprendi a studiare,« dissi sottovoce.

      »Capisco cosa mi vuoi dire, mi stai dicendo che pur quanto qui da voi si possa avere d tutto, non tutti possono permetterselo, non è vero?« Annuii in silenzio e la guardai.

       Tania stava ora veramente osservando in giro, con occhi critici e non più curiosi.

       »E mi vuoi anche dire che non devo ritornare, ma rimanere a casa, studiare e magari, sposare il mio amico Andrej e che la smetta di fare la puttana, non è vero, vecchio orso?«

       »Ancora non sei una puttana, però se ritorni sei persa e questo sarebbe davvero un peccato,« replicai guardandola negli occhi.

       Il cameriere ci porto il vino e gli aperitivi, terminando per un momento la nostra conversazione, apri la bottiglia, annuso il tappo, si giro sui due piedi e ritorno scuotendo la Testa nell’interno del ristorante.

      »Perché si riporta via il Vino,« mi chiese Tania incuriosita.

      »Probabilmente il tappo odorava di aceto, tra poco ritornerà e ce ne porterà un'altra,« risposi invitandola ad assaggiare l’aperitivo

      Il piccolo tavolo dove sedavamo, s’ingrandì quando il cameriere ritorno spingendo davanti a se un trolley con le nostre pietanze, c’è lo mise accanto e prendono la nuova bottiglia di vino che si era portato appresso, la stappò e dopo aver di nuovo annusato il tappo, sorridente, mi verso una prova d’assaggio nel bicchiere.

      Soddisfatto, senza però saper che qualità di Vino stavo bevendo, lo ringraziai e con un cenno del capo lo invitai a riempirci i bicchieri.

      Mostrandoci ciò che ci aveva portato il cameriere, si accorse, che ancora non avevamo né posate, né tanto meno piatti, mormorando un po’ impacciato qualche cosa in Greco, riparti in quarta per ritornare subito dopo con il resto degli utensili per la Cena.

      Fu allora che Tania prese subito in mano la situazione, ringraziò il cameriere in tedesco e gli fece capire che a servire ci avrebbe pensato lei.

      Resoluta prese il mio piatto e senza tanti preamboli lo riempi di vongole in umido.

      Nella terrina, la c’era tutto quello che il Mare Nostrum aveva da offrire in merito; tra i frutti di mare trovai anche dei datteri e pur sapendo che la loro pesca e vendita era proibita, ciò non mi dispiacque, affatto. 

      Dopo aver assaggiato la salsa, le feci notare che quella era molto piccante, per tutta risposta porgendomi il piatto sorridendo, lei mi rispose che sua nonna era ungherese.

      Era un vero piacere osservarla mangiare, sembrava elettrizzata, gioiosa e rilassata allo stesso tempo.

      Ormai non era più la giovane ragazza animatrice di Bar che passava le serate con i Marines della Nato in franchigia.       

      Assolutamente no, Tania emanava un non so che di spensierata fiducia e sicurezza e si comportava come tutte le giovani donne di questo mondo che si sentono sicure e protette.

      Così, mentre io quasi mi saziavo in lei nel vederla mangiare serena, non era neanche arrivato alla metà del mio Piatto, lei si stava con buona lena servendo ancora una volta.

      »Queste,« disse pescando furtiva e sorridente un dattero dal mio piatto- »mi piacciono più di tutte.« 

      Golosamente si pesco fuori tutti i datteri dal mio piatto e quelli nella Terrina e se li mangio tutti.

      »Dawai starij medwed, mangia ancora qualche cosa, altrimenti questa Notte mi muori,« - mi disse guardandomi con quel suoi occhi e quello sguardo capaci di resuscitare Lazzaro.

      Battei accondiscendo in silenzio le mie mani e poi riempi di nuovo i nostri bicchieri con il buon vinello bianco che il cameriere ci aveva consigliato.

      »Vedi di non ritornare mai più da queste parti Tania, non farci uno sgarbo simile sei troppo preziosa per perderti,« le mormorai dopo aver bevuto.

      »Sei veramente in pensiero per me non è vero Franco?«

      »Martedì voglio vederti su quel volo per casa tua e spero proprio che tu non ritorni più se non in Ferie,« risposi con fermezza.

      »Andrej non saprà mai la vera ragione perché mi potrà sposare cosi presto, la vera ragione sei tu Franco, sei stato tu a convincermi, il mio periodo selvaggio finisce con te, a casa voglio solo studiare avere una famiglia ed essere madre,« mi rassicuro con convinzione.

      »Allora lo choc con un vecchio orso come me è servito a qualche cosa,« le risposi raggiante.

      Manco avevo finito di parlare che Tania prendendomi attraverso il Tavolo per entrambe le mani, sollevando indietro il capo con quella sua chioma che come una cascata d’oro le guarniva la Testa, scoppio in una fragorosa risata cosi sincera e cristallina che tutti i clienti sulla veranda del locale si voltarono diverti ad ammirare quella giovane Donna che poteva ridere in un modo spontaneo e sereno.

      Alla fine, della nostra prima serata, verso le Undici avevamo bevuto tre bottiglie di Vino, diversi Espresso con un buon Brandy Metaxa e prendemmo un Taxi per ritornare in Albergo.  

      Volevamo solo starse soli, lontani dal mondo e dalla gente.

 

 

          »Voglio essere tua, anche se staremo insieme solo per soli pochi giorni, Franco non ti dimenticherò mai,« mi disse Tania mentre dopo un lungo Bagno, mi abbracciava nel nostro letto, e la Notte ci separò dal resto del Umanità e dal Mondo rendendoci invulnerabili al male.

          L’indomani dopo una lunga e tranquilla colazione nel ristorante dell’albergo, uscimmo poco prima di mezzogiorno.

          La bella giornata, con un cielo terso e un venticello tiepido che soffiava dal Mare, ci invogliava a uscire, a esplorare quest’antica Città la cui storia risaliva ai tempi della magna Grecia.

          Andando verso il porto, in una bancarella avevo comprato un piccolo mazzo di fiori per la segretaria della nostra agenzia marittima.

          Volevo così ringraziarla per la sua cooperazione dei mesi passati e vedere cosa l’agente ne pensava di questa nuova evoluzione attorno all’El Castillo.

          Il caso ci risparmiò la ripida Strada verso l’agenzia, difatti passammo davanti ad un Caffè Bar, proprio mentre l’agente stava uscendo: »Buongiorno Chief,« -mi saluto, vedendomi¬-» oggi volevo telefonarle in Albergo, avrei bisogno di parlare con lei, me lo concede un minuto di tempo?« mi spiego mentre con un cenno del capo salutava anche Tania.

          Tania ricambiò il saluto e dicendomi che voleva scegliersi un paio di cartoline ci lascio soli mentre ci sedevamo a uno dei Tavolini sulla piccola terrazza del Bar.

          »Se fosse al mio posto, come si comporterebbe, cosa ne farebbe lei della nave Chief,« mi chiese così a bruciapelo come era suo solito parlare.

»Aspetterei,« -risposi con calma- »rimarrei seduto nel mio Ufficio ad aspettare. Questa nave non può più andare da nessuna parte se non in un Cantiere di demolizione. Grazie ai nuovi Certificati di Navigazione, che un incosciente e corrotto Ispettore di Classificazione navale a Cabo Verde ha rilasciato in nome della Llyoid’s Register of Shipping, organizzerei, dopo averla ben assicurata, un unico viaggio. La manderai a Kavallas, la ingaggerei con qualcuno per il trasporto di blocchi di Marmo da qualche parte nell’Europa settentrionale e la spedirei diritta in fondo al mare nostrum o meglio ancora dell’Atlantico. Voi greci siete maestri in questo, sicuramente lei conosce un buon P&I e un altrettanto capace assicuratore navale. A bordo basta un forte calcio nello scafo dalla stiva per aprire una falla e l’equipaggio, avrebbe pure tutto il tempo del mondo per abbandonare la nave e andare nella scialuppa di salvataggio. Tenendosi a debita distanza dalla nave che affonda, l’equipaggio potrebbe scattare pure delle belle foto ricordo, da mostrare a casa,« risposi ridendo sornione.

          »Quanto sarebbe disposto a pagare per una nave del genere,< mi chiese ancora l’agente, implacabile, quasi inquisitorio.

          »Venticinquemila dollari sarebbero quasi cinque di troppo, penso però che non pagherei un centesimo di più. La nave da lì ora non può muoversi. A Rotterdam mi diranno che L’Operazione è stata cancellata e per quanto ne abbia capito, l’equipaggio attuale si sta accorgendo che la nave è troppo malandata, quando le sue spese d’agenzia hanno raggiunto una certa somma, ci metta la mano sopra e la nave è sua,« risposi, mentre Tania si stava sedendo accanto a me- »prenda questi fiori per cortesia, li volevo dare alla sua gentile segretaria per ringraziarla della sua efficace cooperazione, glieli dia lei, mi risparmia cosi la ripida scala Strada fino al suo ufficio,« gli dissi poi sorridendo.

          L’agente prese in consegna il mazzo di fiori e lasciando qualche Dracma sul Tavolo, ci salutò e s’incammino con passo spedito verso il suo Ufficio.

          Mentre Tania scriveva le sue cartoline, un cameriere usci dal locale e venne al nostro tavolo e cosi, mentre lei scriveva, gli chiesi di portarci una Birra per me e un succo d’arancia per lei.

          Andammo poco dopo in giro per la Città, così senza meta, guardando le Vetrine e la Gente per Strada e alla fine trovai ciò che veramente cercavo.

          »Cosa voliamo qui?« Mi chiese Tania sorpresa quando la pillottai dentro un Negozio di abbigliamento femminile.

          »Trovare qualche cosa di bello per te, cosa preferisci, un vestito o una combinazione jeans,« domandai sorridendo.

          »Jeans,«  -mi rispose Tania mentre raggiante si guardava in giro- » i vestiti me li so cucire da sola,« 

          Sapeva esattamente quello che voleva e quando la vidi uscire dalla Cabina di prova in una combinazione di Jeans e giacca bianca, rimasi di stucco.

          »Per belle ragazze come te una combinazione simile non basta,« -dissi con ammirazione e, senza indugi, le scelsi altre due, una gialla e una rossa, e gliele porsi- »le tre sono in accordo tra loro e ti staranno bene,« le dissi porgendole i capi.

          Tania per tutta risposta, sfavillante di felicità mi diede un bacio su di una guancia, emise un grazioso e gioioso gridolino di sorpresa, s’impossessò dei jeans e sparì nella Cabina per provarli.

          Uscimmo dal Negozio con due borse per mano, dove avevano trovato posto oltre alle combinazioni di Jeans, anche tre camicette e un paio di scarpe italiane a mezzi tacchi e ci incamminammo verso il nostro Albergo, non senza aver prima però, aver preso un altro aperitivo in un Bar.

          Sarei rimasto ancora un poco in quel Bar, magari mentre Tania si sarebbe presa un altro analcolico, io avrei bevuto un’altra Birra e forse un'altra ancora, ma lei era impaziente e decisa a riprovare i nuovi vestiti e così rientrammo subito in Albergo, dove Tania riprovò tutto un'altra volta, combinando i vari pezzi e colori.

          Ci mise quais un ora, provò e riprovò tutte le varie combinazioni possibili, con le camicette e con delle magliette nuove, con quelle che aveva, con le scarpe nuove e con quelle vecchie, cambio e ricambio tutte le combinazioni possibili e immaginabile, alla fine paga del risultato, mi si sedette in grembo, con solo gli slip di pizzo rosso addosso e paga della sua piccola rassegna di Moda, si accese una sigaretta.

          »A casa dovrò stare molto attenta che mia sorella non mi freghi tutto, lei ha due Anni meno di me, e quando si mette in testa di volere qualche cosa, sa diventare una vera strega, ancora peggiore che un mal di Denti. Prima la farò andare un po’ in bestia, poi le lascerò usare i jeans rossi, che vanno benissimo con i suoi capelli e le sue lentiggini, così che sembrerà un vero e proprio gamberetto,-mi spiegò ridendo- solo le scarpe, quelle se le deve scordare,« aggiunse baciandomi furtiva sulla guancia.

          I pochi giorni che passammo insieme volarono, via come in un sogno.

          Andavamo in giro per la Città, mangiavamo nel nostro piccolo ristorante al porto, la portai pure a mangiare nella piccola Osteria di pescatori, ma le ore passavano sempre troppo veloci.

          Quella Domenica mattina poi Tania mi sorprese e di non poco dicendomi che dovevamo andare in Chiesa e quando lei ricordai che erano appena le nove del Mattino e le chiesi che cosa ci andavamo a fare in Chiesa, decisa mi tirò giù dal Letto ricordandomi che era Domenica e per questo dovevamo andare a Messa.

          Così quel dì sui banchi di una Chiesa Greco-Ortodossa, una Donna Russo-Ortodossa e un marittimo Cristiano si trovarono riuniti in Preghiera.

          »Però non chiedermi anche di andare a confessarmi,« le sussurrai in un orecchio, lei per tutta risposta mi rifilo una piccola gomitata nelle costole e io stetti zitto.

          Quel giorno pranzammo nel Ristorante dell’Albergo, che stando al menù esposto nell’ascensore e in Camera prometteva una buna cucina e non furono per niente delusi.

          Solamente verso Sera uscimmo nuovamente a cena nel porto, ma rientrammo subito dopo in Albergo.

          Eravamo insaziabili di noi e non potevamo stare a lungo l’uno senza l’altra.

          Eravamo insaziabili e mai appagati di noi stessi e questo stato di libera ebrezza ci rendeva quasi selvaggi e schiavi ‘uno dell’altra.

          Il nostro ultimo giorno insieme, per me cominciò con un piccolo choc, svegliandomi versi le nove del mattino, dovetti pensare un momento per ricordarmi dove mi trovavo.

         Tania non c’era, accanto a me, al suo posto, ben in vista c’era un foglio di carta, dove Tania mi spiegava che era andata a Sousa a prendere la sua Valigia e che sarebbe ritornata prima di mezzogiorno.

          Ritornò verso mezzodì proprio quando uscivo dal bagno dopo una doccia veloce, lei mise la Valigia in angolo, appese fuori dalla Porta in cartellino, “non disturbare” e mi venne tra le braccia,

          »I tuoi amici di Bordo ti salutano e sperano che tu ritorni presto, oggi però non andiamo da nessuna parte, ci facciamo portare il Pranzo in Camera e staremo insieme tutto il giorno a Casa,« mi sussurrò,  stringendosi ame.

          Verso sera tardi ordinai al Ristorante dell’Albergo due Pizze e una bottiglia di Vino. 

          L’ultima serata insieme la passammo così, tranquilli come fratello e sorella. I pochi giorni che avevo potuto passare con lei mi sembravano quasi fiabeschi.

          Ero consapevole che le nostre Strade si sarebbero divise, che dovevano separarsi, mi rammaricava però il fatto di non avere la forza di fermare il tempo e di tenerla ancora con me almeno per un altro poco, volesse il cielo un solo giorno ancora, magari solo un’ora forse, ma il caso ci aveva uniti e ora la Vita ci separava.         

          Quando l’indomani mattina prima di andare all’Aeroporto in Albergo, alla recezione mi accinsi a  pagare il mio conto, mi dissero che l’agente avrebbe provveduto a saldarlo e che ci augurava un buon Viaggio.

          Poco prima in Camera avevo messo in una Busta 500 Marchi, Tania non li voleva, ma li prese con una lacrima negli occhi solo quando le spiegai che quei soldi erano per il suo abito nuziale.

           Il volo per Atene fu corto e tranquillo e appena arrivati l’accompagnai subito al Controllo Passaporti, dove il nostro addio, quasi avessimo paura entrambi, di non volerci lasciarci andare, fu semplice, veloce e sbrigativo,

          »Non ti dimenticherò mai vecchio Orso,« mi sussurrò Tania in un orecchio mentre mi abbracciava per l’ultima volta

          »Nemmeno io ti dimenticherò Tania,« -le risposi, baciandola su di una guancia. » neanche ti dimenticherò finche campo,« aggiunsi non proprio sicuro della mia voce.

          L’ultima cosa che vidi di lei era la sua chioma che si perdeva tra la Folla. Quella era Tania, la mia Tania che con passo sicuro andava incontro a nuova Vita dove non ci sarebbe stato più posto per Mama-san, o per vecchi orsi come me.

          Il mio Volo per Amsterdam parti poche ore dopo, e mi sembrò durare un’eternità.

          Mi sentivo vuoto, senza linfa, ben sapendo che stavo di nuovo andando incontro a un incerto futuro mi sentivo quasi spento e volevo solo richiudermi in un Bar e non pensare.

         Quella Sera a Rotterdam dopo una piccola capatina dal mio amico Kelly nel suo Bar “´La Grotte” mi rintanai di bon ora, dopo una frugale cena nel bar dell’Hotel Algarve, nella mia Camera, mi sentivo stanco e frastornato, volevo solo dormire e non pensare più a nulla.

         Tania mi aveva veramente scosso, mi aveva ricordato che al Mondo esistevano altre cose che mari e navi,  altri valori, altre sensazioni e molto più profonde di una fottuta nave.

Senza di lei mi sentivo quasi indifeso e a disagio, prima di addormentarmi le augurai ancora una volta tutto il bene del Mondo e mi assopii.

         L’indomani mattina, come pensavo, quando telefonai al numero datomi, una voce, la stessa che mi aveva chiamato mesi prima nell’Albergo all’Aeroporto di Amsterdam, mi disse che l’operazione era stata cancellata e salutando, interruppe la comunicazione.

         Incazzato, andai nell’Ufficio Internazionale di Ingaggi Marittimi per chiedere al bravo Signor Jan se per caso stesse dando i numeri e avesse saputo dove diavolo mi aveva mandato.

         Cadendo dalle nuvole, quello si prese degli appunti, fece un paio di telefonate e dopo avermi assicurato che nemmeno se lo sarebbe immaginata una cosa del genere, mi assicurò che i suoi superiori avrebbero trasmesso la questione a chi di dovere, poi, dicendomi che l’imbarco sarebbe avvenuto tra una decina di giorni, mi propose subito un'altra nave.

          Volevo rientrare a Bremen, invece accettai la Motonave Condor assaporando già la prossima avventura.

          Il Parco in quella giornata di Sole era già tutto in fiore, lungo la lunga Torre che lo sovrastava qualcuno aveva scritto “For as long as it Last” e questo mi sembrò di buon auspicio; così allungai il passo, attraversai il parco veloce, me ne andai al “La Grotte”, dove, assieme a una delle tante Karla o Nicole, o agli angeli della notte di Kelly, volevo attendere la mia prossima nave.

 

PS: Non è stato certo facile fare in poche pagine il riassunto del capitolo di trenta Pagine dedicato a Tania, che nella versione originale e in lingua tedesca, è più scorrevole e armonioso. Volevo solo darvi un’idea delle situazioni che a volte deve affrontare un marittimo quando è mandato in giro come carne da macello nelle cloache del Mondo, composte di persone cosi dette civili, dotte e per bene, dove, per uscirne asciutto e polito dalle loro congiure, deve contare solo sulle sue capacità e determinazione; non tutti sono stati fortunati come me e sono tornati indietro per raccontare, non tutti c’è l’hanno fatta.

La Condor poi mi fece quasi cadere dalla padella nella brace, ma questa naturalmente è un'altra Storia.

 

 

 

 

 

lunedì 16 novembre 2020

Rechtstaatlichkeit - Stato di Diritto

 







Italien ist keine Demokratie, es ist kein Rechtsstaat.

Mettiamo subito una bella cosa in chiaro: La Repubblica Italiana non è uno Stato di Diritto.

L'Italia non è una democrazia, non è uno Stato di diritto.

Uno Stato di diritto, ha un governo eletto dal popolo e non nominato a piacere da un Presidente di Repubblica incostituzionale com’è tale Mattarella Sergio.

I membri dell’Unione Europea devono essere Stati di diritto, cosa che la Repubblica Italiana alla luce dei fatti non lo  è.

La Repubblica Italiana attuale è uno Stato a dittatura presidenziale come una qualsiasi repubblichetta sudamericana o africana in mano alla criminalità politica organizzata di stampo mafioso.

Oggi i capi di Stato intendevano varare il Budget dell’Unione Europea e il versamento degli aiuti Covid ai Paesi richiedenti soprattutto Italia e Spagna.

Fatto sta che come previsto l’ungherese Orban e il polacco Morawiechky hanno silurato il tutto con un bel NIET.

La pietra della discordia si chiama “Rechtstaatlichkeit” ovvero Stato di Diritto; Orban e Morawiechky in sostanza chiedono che questa clausola sia tolta dall’accordo e dal piano di aiuti finanziari per Paesi in difficoltà finanziarie come per causa degli sperperi dei sinistri farabutti e mascalzoni vari al governo, lo è la Repubblica Italiana.

Orban e Moreawiechky chiedono la rimozione della clausola “Rechtstaatlichkeit” perché intendono emulare la presidenza della repubblica italiana che fa quel cazzo che le pare, come e quando le pare.

La von der Leyen quale Presidente della Commissione Europea, come la Merkel quale Presidente di turno dell’Unione Europea, sanno che l’attuale Repubblica Italiana non è uno Stato di Diritto, visto e considerato che l’Italia attuale non ha nemmeno le carte in regola per far parte dell’Unione Europea  come mai all'Italia  non impongono nuove elezioni e tuonano contro la dittatura mattarella; come fanno con i governi della Polonia  e Ungheria?

Orban e Moreawiechy hanno ragione a dire NIET, infatti chiedono solo di avere gli stessi diritti dell’Italia  a fare i cazzi e comodi propri senza dover rendere conto a nessuno delle proprie porcate e ad avere pure le proprie ruberie interne; finanziate dai contribuenti europei.

Und Sassolino, Gentiloni e delinquenza politica organizzata varia manco hanno fiatato.

La Bellanova invece sì, lei ha reclamato a gran voce le palanche europee … la Bellanova … nix palanche europee, ora però vediamo come si comporteranno: giusepi il pignataro e il moro bibitaro e che cosa avranno da dire in proposito gli ipocriti Gentiloni e Sassolino.

Nein Frau Bundeskanzlerin, Italien ist kein Rechtstaat und hat in die EU nicht,  zu suchen.

Gli Stati di Diritto dell‘Unione Europea devono dare all’Italia un Ultimatum e pretendere, prima che sia erogata una sola palanca di aiuti comunitari, nuove elezioni e la reinstallazione della democrazia parlamentare e dello Stato di Diritto.

 

 

 

 

mercoledì 9 settembre 2020

Zu Hause beim Chief

 

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Zehn Quadratmeter Bremen: Franco Parpaiola fuhr lang zur See – jetzt hat er ein Zimmer in der Seemannsmission

Zu Hause beim Chief

Weser Kurier

Kristina Bellach 28.08.2016 0 Kommentare

Bremen. „Kommen Sie rein in die gemütlichen Katakomben!“ Jahrzehnte fuhr Franco Parpaiola als leitender Maschinist über die Weltmeere. 2005 ging er in Rente.

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Nun lädt er mit diesem markigen Spruch in sein kleines Reich im Wohnheim der Bremer Seemannsmission ein.

In den zehn Quadratmetern im ersten Stock, wo er ein permanentes Zuhause fand, sucht man Seefahrtsromantik vergebens: „Soll ich mir etwa einen Anker an die Wand hängen? Das ist doch Kitsch“, schnaubt Parpaiola. Als hätte jemand Tetris mit Möbeln gespielt, so sieht es eher aus. Ein funktionales Bett mit Metallgestell, ein Stuhl, ein Schrank, ein Tisch waren bei seinem Einzug vorhanden. Jetzt reihen sich drei Schreibtische aneinander, die Lücke zwischen Bett und Kleiderschrank ist verbaut mit schmalen, hölzernen Schubladenschränken, auf denen sich kleine Nachtschränke stapeln. In logistischer Feinarbeit nutzt Parpaiola allen Stauraum: Pfannen und Töpfe lagern unter dem Schreibtisch; ein Wasserkocher, Paniermehl und Instantkaffee auf der Oberfläche, dort, wo sie nicht durch zwei Computerbildschirme, Kabelsalat und Steckleisten belegt ist. Hinter den Bildschirmen wächst ein Turm aus Drucker, Collegeblock und Tastaturen. Tonlos und unbeachtet läuft Star Trek Voyager im Fernsehen vor sich hin. „Hab‘ mich schön eingenistet hier“, scherzt der alte Seebär, dessen Kajüte auf den kleineren Handelsschiffen nicht viel größer war.

Die Schotten hat Parpaiola weit geöffnet, ein Standventilator bringt etwas Luft. Durch die offene Tür dringt nichts als Stille. „Für viele Jahrzehnte war das hier voll belegt“, berichtet der Seemann, der heute einer der letzten ständigen Bewohner ist. Bei Besatzungswechsel buchen Reedereien die Zimmer für die Seeleute; heute jedoch seltener als früher. „Auch die Schiffe haben keine Zeit mehr“, moniert Parpaiola die kurzen Liegezeiten. Doch die Institution Seemannsheim bleibt, mit Gästen wie Seeleuten hauptsächlich aus Osteuropa und Asien, Touristen, Schaustellern und einigen afghanischen Flüchtlingen.

Früher, erinnert sich der Seefahrer, war das Heim „der Punkt, wo wir uns immer trafen, wenn wir etwas eher in Bremen ankamen.“ Das beste Hotel der Stadt sei es gewesen. Je öfter er hier logierte, desto mehr Freunde fand er – und blieb nach der Rente ganz hängen. Vermisst er seine Heimat in Italien nicht, das kleine Dorf nahe Udine? „Was soll ich da?“, fragt er zurück. „Im heutigen Italien würd‘ ich nicht klarkommen.“ Die Sonne scheine eben auch in Bremen.

Die Sonne aber muss oft draußen bleiben. Dann zieht Parpaiola die roten Vorhänge zu, knipst Deckenleuchte und Leuchtstoffröhre in der Waschecke an und setzt sich an den Schreibtisch. Jeden Tag, oft früh morgens, unterbrochen von einem Nickerchen, bis zur Mittagszeit. „Dieser Schreibtisch ist mein Lebensraum, hier schreibe ich, esse ich, gucke Fernsehen.“

Eine Tasse Kaffee mit Süßstoff gehört dazu, wenn er, den früher alle nur „Chief“ nannten, in die Tasten haut. „Seemannsgarn im Seemannsheim“ heißt ein Buch, das er gerade auf Italienisch übersetzt. Autobiografische Erlebnisse aus vierzig Jahren Seefahrt bringt Parpaiola auf den Bildschirm und letztendlich auf Papier. Dabei nimmt er kein Blatt vor den Mund. Wilde Saufgelage, die Mädels in den Häfen, echte Männerfreundschaften werden da lebendig.

Doch mehr als zehn Jahre Rentnerleben gaben ihm Zeit zum Nachdenken. Einmal, erzählt Parpaiola, sei er damit beauftragt worden, ein Schiff seetüchtig zu machen. Waffen aus dem Oman habe es schmuggeln sollen, sie wären für den Bosnienkrieg bestimmt gewesen. Das Schiff, ein rostiges Ding, soll seine Zulassung aus einem afrikanischen Staat erhalten haben. Seetauglich sei es keineswegs gewesen. Dieser Fall ist für Parpaiola in Beispiel für das, was ihm zufolge nicht nur die Seefahrt, sondern die Gesellschaft ruiniert: die Gier nach Geld, die Menschen über Leichen gehen lässt.

Der Schmuggel, Parpaiola kann ihn nicht belegen, sei ein offenes Geheimnis gewesen. Doch das steht auf einem anderen Blatt. Zwei Sachen aber werden ihn wohl bis an sein Lebensende beschäftigen: der Mann, den er damals kennenlernte. Ein durchschnittlicher holländischer Familienvater, der sich als Waffenschmuggler verdingte, sinnt Parpaiola nach – ein Geschäft, dem unzählige andere auch nachgingen, und dessen Lieferungen genauso in die Hände von Terroristen gelangen könnten. Dann der Handel mit Konzessionen und die Machenschaften der Reedereien, die Wracks erlauben, auf See zu fahren und im Zweifelsfall mit Mann und Maus zu sinken.

Einmal, erinnert er sich, sei er in einer Rotterdamer Kneipe auf einen Kumpel gestoßen. „Ich dachte, du bist tot!“, soll dieser bei Parpaiolas Anblick gerufen haben. Kurz zuvor hatte der Maschinist ein Schiff, das Holz aus Skandinavien nach England transportierte, verlassen. Hoffnungslos überladen, aber einige Hände geschmiert, lief es wieder aus. In der Nordsee kam es in einen Sturm und kenterte. Diese Dinge sind es, die Parpaiola anklagt: „Die Gier eines Mannes hat alle das Leben gekostet“.

77 Jahre ist Parpaiola heute. Warum nicht die Vergangenheit ruhen lassen? Die Antwort kommt unerwartet heftig: „Ich habe viele Freunde da draußen lassen müssen. Für die schreibe ich. Nicht für mich, weil ich mal Wut habe auf die Reedereien.“ Mit wenigen Schritten ist er in der gekachelten Ecke, am Waschbecken, um sich eine Handvoll Wasser ins Gesicht zu klatschen.

„Ich bin in der Scheiße gewesen mein ganzes Leben.“ Im Schubladenschrank wühlend, befördert er einen Ordner nach draußen – den ganzen Ranz, an dem die Seefahrt kranke, hat er dort dokumentiert. „Aber ich hab‘ Schwein gehabt, mir ist nie was passiert.“ Manchmal wundere er sich, noch am Leben zu sein. Das Leben jetzt, das sind die Geschichten, die er schreibt. Das Bier, die Weiber, die große Fahrt – alles passé. „Sehen Sie“, weist er um sich, „das ist ein ganz normales stinkiges Zimmer von einem ruhigen, alten Mann, der über sein Terrorleben schreibt.“ Dieses Zimmer aber war nie seine Wahlheimat. Die bleibt für immer das Meer.

venerdì 21 agosto 2020

Currywurst und Spaghetti







Cari connazionali: La competizione, sia sul Lavoro sia nella vita sociale di tutti i giorni, è una cosa, il plebeismo è un'altra.

Sia dalla vostra sia dalla mia parte del Brennero, di plebei ignoranti opportunisti e malefici ne abbiamo fin troppi.

La grossolanità e la cattiveria del plebeismo si possono coltivare, concimare e annaffiare; accudirli allo stesso modo che una provetta ortolana coltiva il proprio orto o un capace giardiniere i suoi fiori.

Il plebeismo non ha un’appartenenza o una definizione di rango o casata sociale ben definita, l’Urdummeheit, vale a dire, l’idiozia innata e primordiale, non ha confini, non ha volto, è astratta, ed è intrinsecamente un valore personale, uno stato mentale come può essere la parte più misera e malvagia dell’essere umano.

Il plebeismo una volta che ha attecchito e ha preso possesso di un società, è peggio della gramigna che si è insediata ed ha attecchito in un orto fertile o in un giardino fiorito, non te ne liberi mai più, se non estirpandola.

Quando l’indole plebea si concima con il veleno della calunnia, detto anche spin giornalistico, debitamente dosato da abili e malefici untori e stregoni della notizia e la si annaffia con la forza mediatica del tornaconto politico e ci si aggiunge anche passioni e aspirazioni di potere di sciuscia e bibitari vari,  triviali  e scurrili figuri  senza alcun ritegno e rispetto personale, ai quali, se aggiungiamo anche il sacrilego comportamento del clero e la devastante potenza delle varie lobby, meglio conosciute come mafie, e ancor meglio definite come criminalità politica organizzata, allora vedremo che sarà molto difficile potersi sottrarre al potere malefico, al fascino irreale di un cocktail sociale simile, confezionato e dosato su misura a seconda delle necessità dai pochi, per esclusivo e  solo uso e consumo dei beoti.

Tutto questo porta inevitabilmente a malefiche incomprensioni sociali, a screzi tra la gente di diverse nazionalità, alimenta dubbi e paure nascoste, incute timore verso lo sconosciuto e straniero, annaffia avversioni, che se ben coltivate e indirizzate, come dicevo prima, da abili untori e fattucchieri delle novità più o meno contorte, possono trasformarsi in una forza sociale negativa micidiale e pericolosa, difficilmente controllabile. 

Dividi et Impera, dicevano i cesari e senatori romani, ciò valeva allora, tanto  quanto lo vale oggi ed avrà il suo valore nei millenni a venire, in altre parole dai ad una scimmia una chiave in mano e quella si stente la padrona dello Zoo.

In questo Mondo ci sono tante scimmie, ma ci sono anche tante chiavi, l’insieme si chiama irrazionalità politica e sociale che inevitabilmente porta a guerre e distruzioni.

Oggi più che mai, nel macrocosmo dell’informazione mediatica e della comunicazione istantanea in un patetico Mondo fatto di apparenze e menzogne, di convinzioni di comodo e mancanza di un saldo senso di responsabilità collettiva, dove ognuno cerca con il minimo impiego di ottenere il massimo, il succo del vecchio detto romano, si manifesta in modo alquanto doloroso in tutta la sua isterica crudeltà e sciocca cattiveria.

La fonte degli screzi tra gli Spaghetti ed i Currywurst , in generale, la si deve cercare proprio lì, nel detto Dividi et Impera, nel modo moderno di applicare veleni, distruggendo senza uccidere.

In un microcosmo navale come quello nel quale ho vissuto praticamente tutta la mia vita lavorativa, tutto ciò non è possibile, il veleno della calunnia, le dicerie di tornaconto, gli interessi personali del singolo, la mentalità plebea della massa, la gramigna sociale, la politica, la criminalità organizzata, il clero, tutto ciò non attecchisce, e se, l’estirpiamo subito senza pietà alcuna.

L’effimero insipido piacere della calunnia, quello della stupida arroganza e senso di superiorità, da noi, a casa nostra, la fuori in mare su di una nave non può esistere, prima o poi tutto ciò si tradurrebbe in un disastro navale con la perdita della nave e forse anche di tutto il fottuto equipaggio che è stato cosi fesso da lasciarsi avvelenare dalla gramigna asociale.

Anche a Bremen c’è tanta plebe, difatti i miei vecchi colleghi ed io ne parliamo in continuazione.

Durante le nostre sedute mensili al banco della birra; analizziamo i fatti con la nostra mentalità di Gente di Mare, e le nostre valutazioni del presente e previsioni per il futuro sono nere.

Vediamo che l’erosione del buonsenso umano e in continuo aumento, e che i suoi frutti si seccano al Sole o non sono mai sbocciati e che l’orto e il giardino si sono quasi deidrati, lasciando il posto all’arida sabbia dell'ottusità collettiva e degli Interessi e tornaconto di parte mascherati dal paravento dell'ipocrisia.

In Italia dovreste fare  come facciamo noi  Gente di Mare in pensione: non vi curate più di loro, guardateli bene, teneteli d’occhio,  ragionateci sopra, combatteteli senza pietà e senza indecisione dove li trovate e come li vedete, dove li vedete.

Ricordatevi che quelli non sono altro che palloni gonfiati molto vulnerabili, colpiteli senza compassione.

Solo così rimarrete voi stessi e manterrete la vostra mente libera di spaziare senza paura.

Salutönen.

giovedì 13 agosto 2020

Das Schiffswerft SLK Komarno



Der nackte König
An dem Abend wollten wir, Helmut und ich, uns etwas Besonderes gönnen − und was ist für zwei herrenlose Seemänner in der Fremde besser als ein Streifzug durch die Kneipen einer fremden Stadt?
Wir taten genau das - aus dem ausgiebigen Streifzug wurde aber nichts, denn irgendwo nicht allzu weit von Zentrum der Stadt fanden wir eine ganz gemütliche Kneipe und blieben dort erst mal am Tresen hängen.
Deutsch sprach die Dame hinter der Theke zwar nicht, sie war aber nicht dumm − denn als sie sah, wie schnell und wie hingebungsvoll wir unsere Biergläser leerten, blieb sie bei der Zapfsäule stehen, und sobald sie halb leer waren, sorgte sie sofort für Nachschub, indem sie uns neues, frisches Bier zapfte.
Bei so einem Pensum kamen Helmut und ich ziemlich schnell auf den ersten Alarmpegelstand, was uns aber auf gar keinem Fall daran hinderte, sitzenzubleiben und weiterzumachen, zumal die junge Dame uns einen Teller mit geräucherter Wurst und Käsestücken vor die Nase gestellt hatte.
Helmut war weder auf dem Kopf gefallen noch war er als Kind mit zu heißem Wasser gebadet worden, er war in seiner Sprache ziemlich artikuliert, konnte seinen Standpunkt gut erklären und erörtern.
Wenn er aber von seiner Fahrtzeit als Kapitän zu erzählen anfing, stellte ich mich nach einigen Minuten taub.
Denn er, wie alle Kümo-Kapitäne, die ich kannte (bis auf ein paar wenige Ausnahmen), wollte mir immer klarmachen, wie gut und gekonnt er mit Maschinenanlagen aller Art klarkam, wie gut oder gar meisterhaft er mit Schiffen umgehen konnte, so dass − bei so viel Können und Wissen − ich armes Schwein nie aus dem Staunen herauskam.
Dabei musste ich mich immer und immer wieder aufs Neue fragen, wie es denn dazu kam, dass trotz zweier Hochdruckkompressoren, die bei Manövern wie verrückt Anlassdruckluft pumpten, denen immer wieder die Anlassluft knapp wurde.
Außerdem fragte ich mich immer, woher all die tiefen Beulen an dem Schiffen kamen und wie es dazu kommen konnte, dass die Hälfte der Piere und Schleusentore dieser Welt wie Trümmerhaufen aussahen.
Die Angst um die Geheimnisse des Maschinenraums muss bei denen ungezügelt in ihren Köpfen herumgaloppieren.
Nur Kapitäne, die keine Piere zertrümmern, keine Schiffe verbeulen, keine Schleusentore zu Schrott fahren, reden kein Blödsinn.
Die spinnen zwar auch ein bisschen, dafür sind sie ja Kapitäne, denn dämliches Herumalbern und Wichtigtun ist bei denen angeboren und daher, falls sie nicht gerade Scheiße bauen, unter Umständen sogar entschuldbar.
Die wahren Akrobaten des Salzwassergewerbes, die Huren und Götter des Meeres, reden wenigstens keine Kacke und sind, nebenbei bemerkt, Pfundskerle, fast normal, und meistens kann man sich mit denen sogar ohne Probleme unterhalten.
»Du hörst ja gar nicht zu, Franco!«
»Nicht, wenn du dauernd so eine Kacke erzählst.«
»Du glaubst mir also nicht?«
»Ich glaube dir.«
»Warum hörst du dann nicht zu?«
»Weil ich das schon tausendundeinmal gehört habe. Und außerdem habe ich mein Brennstoffsystem im Kopf, denn ich bin mir sicher, dass ich da etwas übersehen habe.«
»Bitte schrei nicht gleich los, wenn ich dir jetzt was sage, Franco.«
„Schieß los, ich höre.“
»Die Werft hat schon viele Schiffe gebaut, Meister, und kein Kapitän hat sich jemals über das Brennstoffsystem beschwert, und über die anderen Sachen übrigens auch nicht.«
»Ja, Helmut, das glaube ich dir aufs Wort, in der Tat, wahrhaftig, da hast du vollkommen Recht.«
Ich hatte keine Lust mehr, mich mit ihm über Arbeit zu unterhalten, zumal er meine sarkastische Antwort gar nicht begriffen hatte, und da es inzwischen schon 23 Uhr geworden waren, schlug ich vor, Feierabend zu machen, und fragte auch gleich nach der Rechnung.
Mit der Zeit lernte ich, dass er immer, wenn er ein paar Bier zu viel getrunken hatte, zu spinnen anfing.
Seine Spinnereien steigerten sich proportional und gleichmäßig, konsequent von Bier zu Bier, bis am Ende eines Saufgelages seine Überheblichkeit fast unerträglich wurde.
»Hier kann man mitten auf die Straße laufen und man wird nicht mal überfahren, so ruhig ist es hier«, fing der Gute an zu philosophieren, als wir die paar hundert Meter bis zur Ring-Bar zu Fuß gingen.
»Freu dich doch.«
»Ja, mein lieber Meister, in Deutschland kann man sowas gar nicht machen, denn da bist du rucky-zucky alle.«
»Ja, Helmut.«
»Nimm zum Beispiel die Autos, hast du die gesehen? Der allerletzte Schrott. Die paar guten, die hier herumfahren, sind deutsche Autos und bestimmt alle geklaut.«
»Nicht unbedingt, Helmut.«
»Hier ist alles so dunkel, alles so grau, kein Mensch ist weit und breit zu sehen, hier könnte ich nicht leben, und du?«
»Die Menschen hier sind nicht schlecht und die Stadt wird sich auch zusehends modernisieren, es wird besser werden, verlass dich darauf.«
»Nie und nimmer, mein lieber Meister, es wird uns Deutsche wieder mal eine Stange Geld kosten, besser wird die Lage hier aber nicht.«
Die Stadt war wirklich ruhig, so war’s doch überall auf dieser Welt an einem Dienstag spät am Abend, knapp eine Stunde vor Mitternacht.
Besonderes in kleinen Provinzstädten war es so, bei mir zu Hause war um diese Zeit schon bald Sperrstunde.
Dort war sogar ab zwanzig Uhr abends schon tote Hose, denn manche mussten am nächsten Morgen arbeiten gehen, viele andere waren arbeitslos und hatten kein Geld, und so lagen sie alle im Bett oder vor der Glotze.
Und ans Bumsen, so hatte ich von einigen guten Freundinnen von mir im Dorf gehört, dachte dort kein Schwein mehr.
In Bremerhaven, wo Helmut zuhause war, wurden sogar um diese Zeit die Straßen eingerollt, und um Geld zu sparen wollte man auch die Hälfte der Lichter der Stadt ausknipsen.
Mit den vielen Arbeitslosen − weil die Werften nichts zu tun hatten − war auch dort um diese Zeit Ruhe in Puff angesagt.
Es gab aber einen kleinen, einen winzigen Unterschied: Während in Komárno die Straßen leer waren, weil die Menschen am nächstem Tag arbeiten gehen mussten, um die Schiffe zu bauen, die von Haus aus in Bremerhaven hätten gebaut werden müssen, waren in Bremerhaven und auch in Bremen die Straßen leer, weil die Leute keine Arbeit und kein Geld hatten.
Man hatte ihre Arbeitsplätze ins Ausland exportiert, daher blieben die Menschen zu Hause und schliefen.
Sie schliefen nicht, weil sie am nächsten Tag zur Arbeit gehen mussten, sondern weil sie als Arbeitslose und Sozialhilfeempfänger es sich nicht leisten konnten, abends bis spät auszugehen. So einfach war das.
Nur weil er ein paar Biere zu viel getrunken hatte, machte ich ihn nicht auf seinen Denkfehler aufmerksam, ich hielt die Klappe dicht, zumal wir bei der Ring-Bar angelangt waren, die neben unsere Wohnung lag, sonst wäre sein dämliches Gequassel bis in alle Ewigkeiten weitergegangen.
##
Die Ring-Bar hatte auch noch zu später Stunde auf, und so steuerten wir in freudiger Erwartung, ohne lange zu überlegen, darauf zu.
Wie der Teufel es manchmal so will, das Lokal war zum Bersten voll.
Irgendeine Studentenvereinigung, wie wir gleich darauf vom Kellner erfuhren, hatte zur Party geblasen, und die war voll im Gange.
An der Theke fanden wir aber Platz, und als Karl, der Kellner, uns sah, zapfte er uns sofort zwei Biere an.
»Dieses Bier ist gar nicht mal so schlecht, nicht wahr, Franco, oder was meinst du?«
»Auf dieser Welt ist etwas gewaltig nicht in Ordnung, Helmut, denn: Entweder ist das deutsche Reinheitsgebot der größte Betrug dieses Jahrtausends, oder man bescheißt uns hierzulande nach Strich und Faden, denn«, - so dozierte ich mit Bedacht und Würde einem staunenden Helmut - »wie kommts zum Beispiel, dass wir, die eingeschworenen Biersäufer, nach ein paar Tagen des Genusses dieses himmlischen lokalen Gebräus immer eine dicke Wampe bekommen, dass es nur so rumpelt; warum passiert uns so etwas nicht in Deutschland? Könnte sein, dass die deutschen Bierbraumeister gar keine Bierbraumeister, sondern glattweg ein Haufen Bierpanscher sind, die uns an gefärbtes Sprudelwasser mit Biergeschmack und Alkohol drin gewöhnt haben? Und wir alle, und damit meine ich den ganzen verdammten Planeten, nennen es deutsche Braukunst und nicht Bierpanscherei oder Bieranschiss? Könnte sein, dass der gesamte Planet seit 1516 auf das größte Märchen aller Zeiten reingefallen ist, und kein Arsch hat es bis heute gemerkt? Was wäre, wenn sich uns allen das Märchen vom deutschen nackten König hier und heute in einem slowakischen Bierglas in der Ring-Bar in Komárno offenbaren würde?»
»Prosit, du Arschloch.«
»Prosit, Helmut.«
»Sag mal, Franco, bist du beknackt? Wie kommst du auf die Idee, die deutsche Bierbraukunst in Frage zu stellen? Hast du sie denn nicht mehr alle?«
»Wieso?«
»Wieso? Was zum Teufel heißt denn hier wieso? Du wagst es, die deutsche Bierbraukunst in Frage zu stellen und traust dich, mich zu fragen, wieso?«
»Was du hier trinkst ist Pilsner Urquell, Helmut.«
»Und?«
»Und? Was zu Teufel heißt denn hier und? Jedes Bier, das sich Pils nennen will, sollte so sein, sonst wäre es ja kein richtiges Pils, oder? Infolgedessen dürfte es sich also nicht Pils nennen, sich bestenfalls „nach Pilsner Art“ schimpfen, mehr aber nicht, nicht wahr?«
»Worauf willst du hinaus, Franco?«
»Ich versuche dir klar zu machen, dass wenn es wahr ist, dass das, was wir hier trinken, die wahre Bierbraukunst ist, das deutsche Reinheitsgebot eine Erdichtung, eine Lüge, ein Verrat an all den edlen, ehrlichen und rechtschaffenen Biertrinkern dieser Welt ist, eine gemeine Täuschung.«
»Du spinnst, du willst mich auf dem Arm nehmen, nicht wahr, Franco?«
»Sehe ich so aus? Weiter will ich dir klar machen, dass höchstwahrscheinlich ein Haufen Geschäftsleute dem Kaiser damals den Reinheitsgebots-Erlass aus reiner Geld- und Gewinnsucht diktiert haben, um Malz und Hopfen zu sparen, und dass er, ebenfalls aus Geldgier, unterschrieben hat. Das Volk hat damals dem Kaiser geglaubt, denn was aus kaiserlicher Feder kommt, muss ja zwangsläufig gut fürs Volk sein, so hat man die Menschen damals und bis zum heutigen Tag doch erzogen, oder? Blindes Vertrauen und blinder Gehorsam, oder wie war das noch?«
Ich machte eine Pause und schaute mir Helmut an, der saß da mit hochrotem Kopf, starrte verbissen in sein Bierglas und sagte nichts.
»Das Geschäftsgesindel soll ruhig noch mehr Geld verdienen, Hauptsache, das Volk ist ruhig und säuft und furzt und rülpst selig vor sich hin«, dozierte ich weiter. »Denn zum ersten«, fuhr ich also ungehindert fort, »wie mein damaliger Kollege aus Rom einmal sagte: Pecunia non olet. Zum zweiten muss sich damals der Kaiser gedacht haben: ‚Wenn die alle besoffen sind, merken sie nicht, wenn ich selber Scheiße baue‘, denn damals, Helmut, gab es weder Fernseher noch Radios, er musste sich also auf andere Weise das Volk vom Leibe halten. Also gab er klein bei und unterschrieb den Reinheitsgebotserlass, und somit wurde das Reinheitsgebot für alle Ewigkeit erlassen, und das furzende und rülpsende Volk furzte und rülpste nicht mehr und berauschte sich damals genauso wie heute in aller Seligkeit, amen. ‚Berauschen wir sie alle‘, sangen daraufhin im Chor all die Geschäftshalunken, hoch erfreut über so viel kaiserliches Wohlwollen und den Geldsegen − denn heute berauschen wir Deutschland und morgen die ganze Welt. Damals konnte man das Volk viel einfacher manipulieren als heute, zum Beispiel konnten viele damals nicht lesen und schreiben, es waren bescheidene, an Gott und Kaiser glaubende, genügsame ländliche Leibeigene und Diener irgendwelcher Herrscher. Heute wäre das nicht so aalglatt über die Bühne gegangen. Nein, Helmut, heute hätte das nicht geklappt; um heute so etwas Ähnliches durchsetzen zu können, hat man zuerst das Radio und danach den Fernseher erfunden. Panem et circenses, Brot und Spiele also, sagen wir lieber flüssiges Brot und Spiele dazu. Du kannst es, wenn du möchtest, auch „Harz IV und Wetten, dass“ nennen, es kommt immer auf dasselbe heraus: das Volk zu verarschen. Dann kam man Schiffe im Ausland bauen und die, die es bezahlen und den Arsch dafür hinhalten müssen, sagen nichts dazu. Warum denn auch, die haben doch ihr panem et circenses, nicht wahr? Hast du begriffen, um was es hier geht? Heute in Deutschland und morgen in der ganzen Welt soll der Wille der Menschen den Banken unterworfen werden, und wenn das so ist, hätten sie es fast geschafft.«
»Wieso hätten?«, fragte der patriotische Depp aus Bremerhaven, kämpferisch und siegessicher.
»Geht nicht mehr, es ist zu spät.«
»Und warum denn das?«, wollte Helmut wissen.
»Die sind grade eben allesamt über ein Glas Pilsner Urquell gestolpert.«, antwortete ich lauthals lachend und ging erst mal pissen.
»Hast du es endlich begriffen, Helmut?“, fragte ich ihn, als ich wieder an der Theke war. »Das deutsche Volk zuerst und dann der Rest der Welt scheinen auf die größte Bauernfängergeschichte aller Zeiten reingefallen zu sein. Wir, die eingeschworenen Biersäufer dieser Welt, werden langsam nüchtern und beginnen zu begreifen, dass man uns belogen und betrogen hat. Wir werden sehr bald ganz nüchtern sein, einen kolossalen Kater haben und verflixt sauer sein, und wir werden den nackten König in den Arsch treten, und dann, was dann, Helmut?«.
Helmut schaute mich an, so als ob ich ein Marsmensch oder ein Anathema in Menschengestalt wäre, in seinem Suff begriff er gar nichts mehr und an allerwenigsten, was ich ihm mit meiner Metapher sagen wollte. Er schien sich nur noch zu fragen, wie es dazu kommen konnte, dass so ein komischer Italiener, wie ich nun mal einer bin, es wagt, das Heiligtum der Deutschen und den Glauben aller Biertrinker dieser Welt an das Reinheitsgebot aus dem Jahr 1516 als solches in Frage zu stellen und auf die Anklagebank zu setzen.
In seiner selbstbetrügerischen, selbstberauschenden und selbstherrlichen Wahnvorstellung des Überlegenen und in den Ohren des besserwissenden rechtschaffenden Mannes ist meine Theorie die pure, die reinste Blasphemie.
Solche gotteslästerlichen Volksketzereien, derartig abwegige, anmaßende, leitkulturfeindliche und gottlose Ketzerei, solche dermaßen volksspaltenden Häresien könnte man, seiner Meinung nach, nur auf dem Scheiterhaufen sühnen und nirgendwo sonst.
Schon sah ich die Flammen in seinen Augen lodern, mich verschlingen und mich bei lebendigem Leib qualvoll verbrennen.
Sein Gehirn war aufgrund der vielen Biere stark eingenebelt und konnte, obwohl er es allem Anschein nach krampfhaft versuchte, keine Gegenargumente auf meine Mutmaßungen produzieren. Und so gab er klein bei.
Er ging noch einmal pissen, und als er wiederkam, ging er mit einen knappen: »Manchmal kannst du wirklich ein Ekel sein, Franco«, beleidigt nach Hause und ich hatte meine Ruhe.
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Nur der Gedanke, Treppen steigen zu müssen, und das auch noch bis zur vierten Etage, hielt mich noch für eine Weile an der Theke der Ring-Bar.
Erst nach Mitternacht, als langsam auch die anderen Gäste nach und nach Feierabend machten, entvölkerte sich das Lokal, und so zahlte ich unsere Rechnung und machte mich auch auf die Socken.
»Gut, dass wir hier nicht in Holland sind«, dachte ich, als ich endlich in unserer Wohnung ankam, denn die steile Bauart der holländischen Treppen, und das auch noch bei neunundfünfzig Stufen, wäre in der Tat für einen alten, halbbesoffenen Mann die reinste Tortur gewesen.

lunedì 6 aprile 2020

Conte's Reminder




Giorni fa i giornalisti misero alle strette Ursula von der Leyen ricordandole gli sbagli le ipocrisie europee  e la mancanza di sostegno all'Italia da parte del resto dell'Unione Europea e lei si difese dicendo che avevano sbagliato tutti e che avendo capito stavano correndo ai ripari.                          

La Ursula von der Leyen provi a dirlo e a scusarsi con le vittime e i defunti, i medici e il personale sanitari morti in questa immane battaglia contro un nemico invisibile di cui ancora non si conoscono né i natali nè tanto meno la provrenienza.  
                          
L'Italia, con o senza Euro o Corona Bot o Bond o come cazzo li chiamano  o li vogliono chiamare, o con l’altra porcata economica europea chiamata “Sure”  ora deve ribaltare questa misera Europa e distruggerla.

Niente e nulla, né il cinico sorriso della von der Leyen, né tanto meno le sue false scuse  potranno discolpare lei e l’UE della vigliaccata fatta nei confronti delle vittime italiane.

E che cazzo, una motherfucking mezzasega come l’austriaco Sebastian Kurz, oppure un oscuro lettone come il Dombrowskys o  una falsità umana come la megera Lagarde, né tanto meno il misero opportunismo di una Dorothea Angela Merkel, che tra l’altro a ridotto la Germania un castello di carta su basi di argilla, decidono ora le sorti dell’Italia e del Popolo Italiano?

Il Popolo Italiano ora non deve permettere a Giuseppe Conte di accettare le proposte europee e  se necessario, oggi deve mandare a fare in culo questa fottuta Unione Europea

Questa falsa Unione Europea è da distruggere; a Roma è nata e a Roma deve morire.

Gia la presenza  dei vigliacchi olandesi al tavolo delle odierne video consultazioini dei Capi di Stato dell'Unione, che come gli austrici, saranno i primi a fallire per mancanza di produzione industriale interna che possa sostenere i loro rispettivi Paesi, sono  un insulto alle nostre vittime.

 Questi pizzicagnoli dell’umanità devono essere relegati nei cessi da dove provengono e non deve mai più essere permesso loro di alzare la cresta che mai hanno avuto, se non grazie alle loro ruberie e falsità e alla vile demagogia del vecchio megero delle palanche tedesco  Schäuble (dalle mani grondanti di sangue dei bambini greci) ora imboscato nella seconda carica della Repubblica Federale di Germania, dove è praticamente intoccabile e di una cinica Dorothea Angela Merkel, misera brutta copia di una Margot Honecker.

Nessuno si deve mai scordare che fu proprio il duo Merkel -Schäuble a distruggere politicamente un Dinosauro della politica tedesca internazionale come Helmut Kohl, che dopo Helmut Schmidt e Willy Brand, fu l’ultimo vero Uomo di Stato della Repubblica Federale di Germania.

È stato proprio la fine dell'era Helmut Kohl in Germania a iniziare anche il declino dell'Unione Europea.

È stato proprio l’assassinio politico di Helmut Kohl a iniziare il crepuscolo politico e industriale della Germania  che ora come una sanguisuga si gonfia e vive del sangue degli altri, come pure fanno il Benelux, la Finlandia e l’Austria.

Ai demagoghi berlinesi attuali e mezze-seghe europee varie ora non deve essere permesso di decidere le sorti del Popolo Italiano.

martedì 24 marzo 2020

ITALEXIT




Quello olandese è il popolo più crudele e ruffiano d'Europa, ancora più del belga.



Ricordatevi bene e sempre che la ricchezza dei i Paesi  Bassi o meglio detto l'intero fottuto Benelux. (Belgio-Olanda Lussemburgo) non è di propria produzione, bensì portato in casa loro dal resto del Mondo.

                                                                                                            La produzione interna del rispettivo pil  non permetterebbe loro una ricchezza e benessere nazionale simile.                                                           

I Paesi del Benelux vivono di servitù, sono i servi che si sono arricchiti con il lavoro degli altri.                                                                                    L'Olanda con i suoi porti, vive dei trasporti fluviali, delle esportazioni e importazione della Germania e del resto dell'Europa fino all'estremo oriente.

                                                                                                  Gli olandesi sono i maggiori produttori di Cannabis d'Europa.                         

 L'Olanda è l'oasi fiscale per eccellenza ancora più  grande e importante  della Germania.               L'Olanda ha clonato la frutta e verdura che troviamo sui mercati europei con i pomodori e i cetrioli dallo stesso sapore.

Gli olandesi sono un Popolo ruffiano e allo stesso tempo crudele, come i boeri Sudafricani vale a dire i Boeren, ovvero i contadini olandesi che in modo crudele e disumano, sottomisero i popoli nativi sudafricani.

Il Lussemburgo poi  come il Belgio, a parte qualche miniera di carbone, non li si può certo definire come Paesi industriali.

Vivono di servizi industriali, dove il 70% degli abitanti della Capitale del Lussemburgo è straniera.

Senza gli evasori fiscali e la delinquenza finanziaria internazionale, il Benelux sarebbe nelle stesse condizioni del Burundi.

Questi tre Paesi ruffiani per eccellenza ballano al ritmo della Merkel e sanno benissimo che la Germania li può distruggere economicamente quando e come vuole.



Und l’Italia?

Dove cazzo rimane L’Italia in un frangente simile?

L’Italia è l’ufficiale pagatore europeo per eccellenza.

L’Italia perdio immette nel sacco europeo più soldi di quanti ne riceva.

Ancora non ho capito la ragione per la quale l’Italia debba versare un tot somma nei forzieri di questa fottuta Unione Europea, per sentirsi dettare da dei fottuti Boeren olandesi, su diretto ordine della Merkel, come tirare la cinghia per poter usufruire di una piccola parte quei soldi e quando e con quali interessi doverli poi restituire al ruffianeggino economico e finanziario europeo.



L’Italia non è la Grecia, il boccone italiano è e sarà sempre troppo grande per l’ingordigia Nord-europea, nemmeno la Germania riuscirebbe d’ingoiare l’Italia e sicuramente ne rimarrebbe strozzata.



L’unico modo che l’Unione Europea ha per controllare almeno in parte l’Italia e impedirle di evolversi e diventare una temibile concorrenza in campo industriale e finanziario è quello di assecondare in tutti i modi la criminalità  politica sinistroide e la magistratura corrotta italiana.



Notate che a parte quel ridicolo bidello del parlamento europeo il vero potere dittatoriale europeo è in mano alla Merkel e ai suoi vassalli europei.



A Macron è permesso solo di sbraitare.



L’Italia deve uscire dall’Unione Europea, solo distruggendo questa Europa dei Boeren olandesi e della dittatura berlinese si potrebbe eventualmente, cosa molto improbabile, fondare una vera Unione Europea presidenziale sulla falsariga dello statuto federale della Germania, che considero ancora migliore di quello svizzero e americano.



L’Italia deve indire nuove elezioni, distanziarsi e punire una sinistra criminale che l’ha ridotta ad uno straccio di sé stessa e distruggere questa Unione Europea o sarà sempre alla mercé della  delinquenza finanziaria europea  dei Boeren europei.












venerdì 21 febbraio 2020

HANAU



https://www.tagesspiegel.de/gesellschaft/panorama/bundesjustizministerin-nach-terror-in-hanau-rechtsextremisten-konsequent-entwaffnen/25564744.html.

No Signor Presidente Walter Steinmauer, la sua frase "disarmare l'estrema destra" è una frase di comodo lontana mille miglia dalla realtà. 

Hanau, non sono le armi che eventualmente posso essere nascoste in qualche soffitta di associazioni estremiste di destra o terroristi islamiti


Hanau è dapertutto .


Hanau siamo noi.


Hanau è intolleranza, ma è anche la manifestazione del fanatismo, sia di origine religiosa sia politica.


Hanau è un conflitto sociale coltivato e ben dosato dalle varie filosofie religiose, dalle varie tradizioni e culture e folklori regionali.


Hanau e questo ricordiamocelo bene, non accetta la tolleranza, se questa significa la negazione dei valori sociali e culturali di una Nazione.


Il voler imporre i propri usi e costumi in casa altrui è scorretto  e senza mezzi termini, porta a conflitti sociali.


D’altro canto, integrarsi in un qualsiasi Paese non significa rinunciare alle proprie vedute religiose e sociali, ma solo se queste non sono in contrasto con le Costituzioni e i codici civili e panali dei rispettivi Paesi.


Hanau sia a Ponente sia a Levante è coltivato.


Hanau è in ogni ceto sociale, sia cristiano sia mussulmano.


Lo Stato islamico è Hanau, come lo sono le organizzazioni di estrema destra, come lo è Erdogan, come lo sono gli Ayatollah, come moralmente lo è anche Aiman A. Mazyek   il Presidente dell’associazione dei musulmani in Germania che non lesina mai critiche alla società cristiana.


Il massacro di Hanau sotto tutti gli aspetti è da condannare, non scordiamoci però che sono stai le ideologie di Ponente e di Levante ad armare la mano di quel disgraziato, le stesse filosofie che infondo armano e scatenano l’odio e la furia dei terroristi islamiti.


L’odio politico e religioso è coltivabile ed è coltivato e Hanau è il prezzo che tutti noi dobbiamo pagare.


Hannau si neutralizza solo nel rispetto delle filosofie e culture altrui, ma solo se conformi alle Costituzioni  e ai codici Penali e civili di ogni singolo Paese.


Tutto li resto ci porterà a nuove Hanau.

sabato 25 gennaio 2020

Zehn Quadratmeter





Zehn Quadratmeter Bremen: Franco Parpaioloa fuhr lang zur See – jetzt hat er ein Zimmer in der Seemannsmission
Zu Hause beim Chief
Kristina Bellach 28.08.2016 
Bremen. „Kommen Sie rein in die gemütlichen Katakomben!“ Jahrzehnte fuhr Franco Parpaiola als leitender Maschinist über die Weltmeere. 2005 ging er in Rente.
Nun lädt er mit diesem markigen Spruch in sein kleines Reich im Wohnheim der Bremer Seemannsmission ein.
In den zehn Quadratmetern im ersten Stock, wo er ein permanentes Zuhause fand, sucht man Seefahrtsromantik vergebens: „Soll ich mir etwa einen Anker an die Wand hängen? Das ist doch Kitsch“, schnaubt Parpaiola. Als hätte jemand Tetris mit Möbeln gespielt, so sieht es eher aus. Ein funktionales Bett mit Metallgestell, ein Stuhl, ein Schrank, ein Tisch waren bei seinem Einzug vorhanden. Jetzt reihen sich drei Schreibtische aneinander, die Lücke zwischen Bett und Kleiderschrank ist verbaut mit schmalen, hölzernen Schubladenschränken, auf denen sich kleine Nachtschränke stapeln. In logistischer Feinarbeit nutzt Parpaiola allen Stauraum: Pfannen und Töpfe lagern unter dem Schreibtisch; ein Wasserkocher, Paniermehl und Instantkaffee auf der Oberfläche, dort, wo sie nicht durch zwei Computerbildschirme, Kabelsalat und Steckleisten belegt ist. Hinter den Bildschirmen wächst ein Turm aus Drucker, Collegeblock und Tastaturen. Tonlos und unbeachtet läuft Star Trek Voyager im Fernsehen vor sich hin. „Hab‘ mich schön eingenistet hier“, scherzt der alte Seebär, dessen Kajüte auf den kleineren Handelsschiffen nicht viel größer war.
Die Schotten hat Parpaiola weit geöffnet, ein Standventilator bringt etwas Luft. Durch die offene Tür dringt nichts als Stille. „Für viele Jahrzehnte war das hier voll belegt“, berichtet der Seemann, der heute einer der letzten ständigen Bewohner ist. Bei Besatzungswechsel buchen Reedereien die Zimmer für die Seeleute; heute jedoch seltener als früher. „Auch die Schiffe haben keine Zeit mehr“, moniert Parpaiola die kurzen Liegezeiten. Doch die Institution Seemannsheim bleibt, mit Gästen wie Seeleuten hauptsächlich aus Osteuropa und Asien, Touristen, Schaustellern und einigen afghanischen Flüchtlingen.
Früher, erinnert sich der Seefahrer, war das Heim „der Punkt, wo wir uns immer trafen, wenn wir etwas eher in Bremen ankamen.“ Das beste Hotel der Stadt sei es gewesen. Je öfter er hier logierte, desto mehr Freunde fand er – und blieb nach der Rente ganz hängen. Vermisst er seine Heimat in Italien nicht, das kleine Dorf nahe Udine? „Was soll ich da?“, fragt er zurück. „Im heutigen Italien würd‘ ich nicht klarkommen.“ Die Sonne scheine eben auch in Bremen.
Die Sonne aber muss oft draußen bleiben. Dann zieht Parpaiola die roten Vorhänge zu, knipst Deckenleuchte und Leuchtstoffröhre in der Waschecke an und setzt sich an den Schreibtisch. Jeden Tag, oft früh morgens, unterbrochen von einem Nickerchen, bis zur Mittagszeit. „Dieser Schreibtisch ist mein Lebensraum, hier schreibe ich, esse ich, gucke Fernsehen.“
Eine Tasse Kaffee mit Süßstoff gehört dazu, wenn er, den früher alle nur „Chief“ nannten, in die Tasten haut. „Seemannsgarn im Seemannsheim“ heißt ein Buch, das er gerade auf Italienisch übersetzt. Autobiografische Erlebnisse aus vierzig Jahren Seefahrt bringt Parpaiola auf den Bildschirm und letztendlich auf Papier. Dabei nimmt er kein Blatt vor den Mund. Wilde Saufgelage, die Mädels in den Häfen, echte Männerfreundschaften werden da lebendig.
Doch mehr als zehn Jahre Rentnerleben gaben ihm Zeit zum Nachdenken. Einmal, erzählt Parpaiola, sei er damit beauftragt worden, ein Schiff seetüchtig zu machen. Waffen aus dem Oman habe es schmuggeln sollen, sie wären für den Bosnienkrieg bestimmt gewesen. Das Schiff, ein rottes Ding, soll seine Zulassung aus einem afrikanischen Staat erhalten haben. Seetauglich sei es keineswegs gewesen. Dieser Fall ist für Parpaiola in Beispiel für das, was ihm zufolge nicht nur die Seefahrt, sondern die Gesellschaft ruiniert: die Gier nach Geld, die Menschen über Leichen gehen lässt.
Der Schmuggel, Parpaiola kann ihn nicht belegen, sei ein offenes Geheimnis gewesen. Doch das steht auf einem anderen Blatt. Zwei Sachen aber werden ihn wohl bis an sein Lebensende beschäftigen: der Mann, den er damals kennenlernte. Ein durchschnittlicher holländischer Familienvater, der sich als Waffenschmuggler verdingte, sinnt Parpaiola nach – ein Geschäft, dem unzählige andere auch nachgingen, und dessen Lieferungen genauso in die Hände von Terroristen gelangen könnten. Dann der Handel mit Konzessionen und die Machenschaften der Reedereien, die Wracks erlauben, auf See zu fahren und im Zweifelsfall mit Mann und Maus zu sinken.
Einmal, erinnert er sich, sei er in einer Rotterdamer Kneipe auf einen Kumpel gestoßen. „Ich dachte, du bist tot!“, soll dieser bei Parpaiolas Anblick gerufen haben. Kurz zuvor hatte der Maschinist ein Schiff, das Holz aus Skandinavien nach England transportierte, verlassen. Hoffnungslos überladen, aber einige Hände geschmiert, lief es wieder aus. In der Nordsee kam es in einen Sturm und kenterte. Diese Dinge sind es, die Parpaiola anklagt: „Die Gier eines Mannes hat alle das Leben gekostet“.
77 Jahre ist Parpaiola heute. Warum nicht die Vergangenheit ruhen lassen? Die Antwort kommt unerwartet heftig: „Ich habe viele Freunde da draußen lassen müssen. Für die schreibe ich. Nicht für mich, weil ich mal Wut habe auf die Reedereien.“ Mit wenigen Schritten ist er in der gekachelten Ecke, am Waschbecken, um sich eine Handvoll Wasser ins Gesicht zu klatschen.
„Ich bin in der Scheiße gewesen mein ganzes Leben.“ Im Schubladenschrank wühlend, befördert er einen Ordner nach draußen – den ganzen Ranz, an dem die Seefahrt kranke, hat er dort dokumentiert. „Aber ich hab‘ Schwein gehabt, mir ist nie was passiert.“ Manchmal wundere er sich, noch am Leben zu sein. Das Leben jetzt, das sind die Geschichten, die er schreibt. Das Bier, die Weiber, die große Fahrt – alles passé. „Sehen Sie“, weist er um sich, „das ist ein ganz normales stinkiges Zimmer von einem ruhigen, alten Mann, der über sein Terrorleben schreibt.“ Dieses Zimmer aber war nie seine Wahlheimat. Die bleibt für immer das Meer.