martedì 16 febbraio 2021

KARLA

 Brano tratto dal mio libro: La Motonave El Castillo.

  • Herausgeber : Independently published (2. Februar 2019)
  • Sprache : Italienisch
  • Taschenbuch : 577 Seiten
  • ISBN-10 : 1795553065
  • ISBN-13 : 978-1795553063
Amazoin 

… Quel giorno poi, dopo una buona colazione, che altro avrei potuto fare se andare a bermi una birra?

In La Grotte con mia grande e gradita sorpresa dietro al banco trovai Karla.

Karla era una delle migliori troie che conoscevo.

In realtà Karla era una troia di classe, bella come una statua di Michelangelo, ma quando lavorava; altrettanto fredda e glaciale; un’animatrice di classe e senza pietà per i suoi spasimanti di turno.

Sapeva far le fusa come una gatta in calore e come un felino in un decimo di secondo, poteva cambiare umore e sfoderare micidiali artigli e scatenarsi sibilando come una vipera imbestialita.

Era un piacere vederla lavorare, da sola sapeva intrattenere una mezza dozzina di vecchi bavosi che seduti al banco aspettavano pazienti il loro turno per poterle offrire da bere e scambiare qualche parola con lei.

Lei, inesorabile e spietata li squadronava secondo le loro capacità finanziarie e li spennava in conseguenza.

Beveva spumante se il suo infallibile occhio le diceva; che il becco aveva soldi o solo un Cocktail se il poveraccio si stava bevendo la pensione.

Karla non rifiutava mai un invito a bere, infatti, viveva di provvisione e anche se tutti volevano portarla a letto, lei non diceva mai di no.

Faceva capire però, che lei non era una donna per un’oretta o due in un albergo di periferia e che aveva bisogno di tempo per conoscere il suo eventuale uomo.

I vecchietti speranzosi andavano subito in trance e come ipnotizzati da questa splendida Medusa; pagavano e si accontentavano della compagnia di un'altra ragazza, finché non arrivava il loro turno di vedersela seduta accanto o di appartarsi a un tavolino lontano dalle orecchie degli altri habitué.

Uno di questi vecchietti pubertanti aveva più soldi di tutti gli altri messi insieme, quando c’era lui nel locale, gli altri non avevamo nemmeno la più pallida possibilità di parlare con la loro adorata, in quelle sere Karla aveva occhi solo per lui.

In giro dicevano che in un Anno il vecchietto innamorato, spese per lei qualche cosa come centomila fiorini.

Il nonnetto incantato cominciò a farle regali di un certo valore, le comprava anelli e colane e orologi di lusso, la invitò a trascorrere un periodo di ferie nei Caraibi, le comprò vestiti e le regalò un Automobile.

Il vecchietto pubertante, avrebbe potuto essere suo nonno; nell’ambiente marittimo poi aveva un buon nome ed era molto stimato.

Forse proprio per questo quando un giorno si venne a sapere che i soldi che spendeva con Karla non erano i suoi e che li sottraeva alla società armatrice falsificando conti, perse la sua poltrona di procuratore e amministratore delegato.

Lo scandalo non finì sui giornali: lui fu mandato in pensione senza sollevare polvere e tutti ci misero una pietra sopra.

No money. no Honey.

Karla che di tutto questo naturalmente non poteva saperne niente; ma un bel giorno il vecchietto pubertante non venne più e un agente marittimo le raccontò la triste fine del vecchio babbeo.

Fu la sua Famiglia a salvarlo da un’accusa per truffa, sua moglie e i suoi figli tutti avvocati, restituirono i soldi sottratti alla Società armatoriale e nessuno ne parlò più.

Karla si tenne la vettura, i gioielli e i soldi che le aveva regalato e l’insipido ricordo di un mondo fatto di niente se non di apparenze.

Pian piano, la giovane donna vendette tutto, la vettura, i gioielli e quando anche gli ultimi fiorini finirono, sperando di incontrare un altro becco da spennare; riprese a lavorare da Kelly in La Grotte.

»Kelly mi disse che eri di nuovo a Rotterdam, ciao Franco, come stai?« Mi salutò Karla quando quella mattina entrai nel bar.

»Ciao bella Signora, son felice di rivederti come va?« La salutai sorridendo, lei mi venne incontro, ci abbracciammo e poi mi sedetti sul mio seggiolone.

»Male, il bar è vuoto, la citta sembra morta, in giro ci sono solo mezze seghe e ho paura che i vecchi tempi non torneranno mai più.« Rispose desolata, ritornando dietro il banco.

»Il quartiere sta morendo.« Bisbigliò rassegnata.

»Kelly mi disse che ultimamente te la passavi male e che ora hai di nuovo un ingaggio, perché non sei venuto da me; sai dove abito, avresti potuto dormire a casa mia, perché non mi hai telefonato?« Mi chiese a bruciapelo.

»Perché; perché, per dirti che sono nella merda e che mi piaci? Chiaro che mi piaci, certo che avevo pensato di telefonarti, ma credevo che tu avessi un amico e non ti volevo disturbare o imbarazzare.«

»Sei scemo te? Che cazzo me ne dovrei fare di una delle mezze seghe che circolano da queste parti? Secondo te, che cosa me ne dovrei fare con uno stronzo simile?«

La ormai famosa metamorfosi di Karla, da gatta tranquilla e sommessa a vipera sibilante e infuriata si era di nuovo rivelata in tutta la sua bellezza.

La sua faccia si era dipinta da una selvaggia risolutezza che non ammetteva controverse.

Karla era veramente una bella donna.

»Dai pianala di far la belva e mettici da bere.« Le dissi divertito.

Oggi sei il mio primo cliente.« Mi disse mentre mi metteva un Cuba Libre sotto il naso e si preparava un “Cocktail” di vino bianco, acqua minerale con spruzzo di Campari e una fettina di limone.

La menata della Cuba Libre, cioè; Rum Baccardi con la Coca Cola e giaccio e una fettina di limone era una di quelle cose pazze che successero tra me e lei.

Anni prima noi due nel bar dell’Hotel Hilton c’eravamo così sbronzati da non ricordarci nemmeno più com’eravamo ritornati nella camera dove avevamo passato la fine Settimana.

Quel lunedì mattina poi, c’eravamo svegliati completamente vestiti.

»Abbiamo scopato?« Mi chiese non appena aprì gli occhi?

»Come? non vedi che siamo ancora vestiti.« Risposi mezzo intontito.

»Hai voglia di scopare adesso?« Chiese.

»Ho fame e sete.« Risposi.

»Anch’io ho fame.« Disse lei alzandosi dal letto per andare in bagno.

»Non mi ricordo quando siamo saliti in camera e tu?« Chiese Karla dal bagno.

»Nemmeno io.« Risposi secco.

»Questa mattina sei piuttosto taciturno c’è qualche cosa che non va?« Chiese mentre sentivo l’acqua della vasca da bagno scorrere.

»Questo pomeriggio ho un volo per Londra e da là per New Orleans negli Stati Uniti, sono già le dieci e devo ancora preparare la mia valigia.« Risposi.

»Quando sarai di ritorno?«

»Fra tre mesi, ora però per quanto mi dispiaccia, devo andare, il conto è pagato, fatti un bagno e se vuoi pure colazione, ma ora devo andare.« Risposi.

Lei usci dal bagno, completamente nuda e mi venne tra le braccia per salutarmi.

»Ciao marinaio, quando torni, scopiamo di sicuro.« -mi sussurro in un orecchio- »ora mi faccio un bagno, poi colazione e vado a casa e questo  pomeriggio vado a lavorare da Kelly, mi voglio comprare nuovi vestit..« Aggiunse maliziosa.

Questa era la storia del Cuba Libre tra me e Karla e proprio per questo, senza volerlo ancora prima di mezzodì da questa Venere in carne e ossa mi trovai sotto il naso un Baccardi Rum con Coca Cola, con due cubetti di ghiaccio e una fettina di limone.

»Bene Karla, raccontami cosa hai fatto di bello in tutto questo tempo, da quando non ci vediamo più, un Anno forse.« La stimolai a dirmi.

»Eri tu che volevi, ritornare dopo tre Mesi, avessi aspettato te a quest’ora tra le mie gambe avrei lei ragnatele con i i ragni che patisco la fame:« Sbotto lei sorridendo.

Quello che Karla poi mi raccontò lo conoscevo già, ma così bene, che avrebbe potuto anche tacere,

Infatti, se non ci fosse stata quella piccola differenza fisica tra noi due; ciò che mi disse, avrebbe potuto benissimo essere la descrizione di certi periodi della mia vita.

In altre parole: Vissuto alla grande con soldi in tasca e con parsimonia con sole quattro palanche da poter spendere. Tutto li.

»Quello che mi hai appena raccontato, lo conosco molto bene, l’unica differenza tra noi due è che io non vado a letto con uomini.« Commentai.

»Dovresti provare, a volte è veramente bello andare a letto con un uomo ed è pure redditizio.« Disse lei di rimando; scoppiando a ridere.

»Fuck You Old Bitch.« Le risposi; ridendo pure io della sua prontezza di spirito.

»Franco secondo me noi abbiamo paura, tu, io e tutti gli altri, noi non siamo altro che un mucchio di egoisti martoriati dall’angoscia.«

»Perché? Che cosa intendi dire; spiegami: Perché siamo egoisti e angosciati.« La esortai mentre mi accendevo una sigaretta.

»Mi chiedi un perché? Tu lo sai benissimo che senza pensare al domani, noi viviamo alla giornata; che siamo solo capaci di illuderci di vivere una vita normale. Tu e tutti gli altri come te; con la precarietà del vostro lavoro; mentre io come tutte le altre ragazze, viviamo con i soldi che tiriamo fuori dalle vostre tasche. Noi tutti siamo troppo vili, per ammettere che la vita che conduciamo non è ciò che in realtà desideriamo.« Disse la mia filosofa tutto un fiato.

»Davvero?« -esclamai veramente sorpreso da tanta lungimirante saggezza- »Che cosa vogliamo noi, come intendiamo vivere; desideriamo una vita più tranquilla? Cerchiamo un affetto solido e duraturo? Una vita armoniosa a fianco di un partner affidabile? È tutto questo che tu, io, noi tutti vogliamo.?« Le chiesi bevendo un sordo di Cuba Libre?

»Si Franco;« -rispose lei con fermezza.« Questo e proprio ciò che desideriamo.

»Fuck You Karla, che cazzate vai dicendo, proprio tu parli di una vita famigliare normale? Tu e le altre ragazze, voi sapete benissimo com’è fatta la vita di quelli là, la fuori. Gli uomini che fanno parte di quel tipo di vita, voi li conoscete tutti, ve li siete scopati tutti. Voi, li conoscete bene, sapete cosa pensano e cosa vogliano e come lo vogliono: Spesso vi si rivolta lo stomaco. Il vostro Io interiore si ribella fino al punto di voler vomitare via quelli zombi viventi. I loro desideri e perversità v’inorridiscono, però, voi continuate ad assecondarli e lì incoraggiate pure; sapete che quelli la, non son altro che delle code di paglia, schiavi della loro falsità e cinismo e che non sono parte della vostra vita. Voi ragazze siete molto più sincere di loro, voi non avete falsità, bevete e scopate per soldi e ve ne fregate di tutto il resto. Soprattutto amate la vostra libertà altrimenti vi sareste già adescato uno di quelle code di paglia che incontrate appoggiate con far da uomini di mondo al banco di un bar. Vorresti veramente diventare la moglie di roba simile?«

»Fottiti, Franco Parpaiola, Fuck You, idiota, che domande mi fai? Lo sai benissimo che mai e poi mai sposerei una cagata simile, piuttosto che impegolarmi su con mezze calzette simili, preferisco continuare a far la puttana in eterno. Intendevo dire che ci deve essere qualche cos’altro che passare le ore ai banchi di bar e stanze d’albergo o viaggiare verso altri letti e Night Club in compagnia di vecchi bavosi pieni di soldi. Hai capito marinaio?«

Karla aveva uno dei suoi momenti di sconforto morale, non era la prima volta che la vedevo così e non era l’unica ad avere qualche rimorso o rimpianto, questo però le succedeva solo quando in tempi di vacche magre e si sentiva una Regina senza corona e solo quando era a corto di corteggiatori e di quattrini.

»Certo che ti capisco,« -le risposi- »ma ricordati che per arrivare ad un tenore di vita veramente civile, dovresti rinunciare ai bar e ai suoi avventori e sacrificare pure una parte della tua libertà personale. Dovresti essere pronta a fare sacrifici e rinunce come lo fanno milioni di altre donne; saresti disposta a farlo, siamo disposti a farlo Karla, saresti tu, disposta, sarei io disposto a vivere ad esempio, come Gerda e Dieter,?« Le chiesi, guardandola dritta negli occhi.

»Franco; ha volte ho paura.«

»A volte succede pure a me di aver paura o per lo meno di farmi delle domande e chiedermi se quello che faccio e come vivo, sia sempre conforme alla vita borghese, ciò non significa però che stia sbagliando. Sì, magari qua e là potrei far di meglio, essere meno spericolato e più avveduto verso me stesso, ma non sono un irresponsabile, noi non siamo sconsiderati. Egoisti fin che vuoi, ma non sbandati o asociali. Noi non facciamo male a nessuno se non solo a noi stessi., Lascia perdere questi discorsi che non ci portano da nessuna parte e mettici da bere.« La esortai alla fine del mio monologo.

»Franco, sono tutta bagnata.«

»Sei proprio una donna incredibile, fantastica, e inverosimile;  pensi solo e sempre a scopare.« Sbottai divertito, accendendomi una sigaretta.

Parlottando del più e del meno, il pomeriggio passo veloce come un lampo, mi bevvi diverse Cuba Libre e lei non lesinò con i suoi cocktail che in fin dei conti non erano altro che i famosi Spritz di vino bianco del veneto e del Friuli.

Ci accorgemmo che si era fatto tardi solo quando Kelly seguito dalla sua squadra di suoi angeli della notte entrò nel locale.

Il mio conto fu presto fatto, sei Cuna libre e sei Cocktail fanno 84 fiorini più sei di mancia, fan novanta.

Semplice no?

Tutte le ragazze nei Bar parlano oggigiorno l’inglese, tute tranne Karla e quando quella sera scambiai in inglese due parole di convenenza con una delle ragazze dell’Estonia che lavorava nel bar, lei s’incazzo.

Anzi, andò su tutte le furie e guardandomi in cagnesco, prese il resto del suo Cocktail e lo rovesciò nel lavabicchieri.

»Prima di far le fusa con quella stronza li, avresti anche potuto attendere che me ne fossi andata, non ti pare?«

Mi sibilò tutta infuriata in faccia Karla, mentre lavava il suo bicchiere.

»E chi ti dice che te ne vai, se vuoi puoi rimanere ancora un poco, ti siedi accanto a me e ti offro un piccolo e ci rivedremo quando ritorno; poi però me ne vado pure io, rimani?« Le chiesi tanto per calmarla un poco, non volevo lasciarla andar via con la rabbia e perciò l’invitai a restare.

»A volte sai essere veramente un essere umano e un vero gentiluomo.« Mi sussurrò in un orecchio Karla quando poco dopo venne a sedersi accanto me.

»Perché non vi mettete insieme voi due?« Domando Kelly dall’altra parte del banco.

»Scherzi, a forza di scopare; Karla mi farebbe crepare nel giro di pochi giorni.« Risposi ridendo.

»Vecchio porco.« Mormoro Karla e mi diede un colpo di gomito nelle costole che per poco non mi mancò il fiato.

»Oggi rimaniamo insieme non è vero?« Chiese poi stringendosi a me.

»Domani mattina alle sette devo essere a Schipool e prendere l’aero per Atene.« Risposi.

»Odio il tuo lavoro,« Disse lei sommessa.

»Sati buona adesso;  tra tre Mesi sarò di ritorno, e avremo minimo un intero fine Settimana tutta per noi.« Promisi.

Quella sera verso otto, Karla dopo una profusione di baci e abbracci andò a casa e dopo avere pagato il conto e mi accinsi ad andarmene pure io.

»Ci vediamo vecchio greco.«

»Salutami la mia Patria vecchio italiano.«

Ci salutammo cosi Kelly ed io lui seduto da una parte io dall’altra del banco.

»Cerca di ritornare tutto un pezzo marinaio.« Mi augurò ancora prima che uscissi.

Uscendo li mostrai il mio pollice alzato e salutando le ragazze me ne andai alla Pensione Algarve a gustarmi per chissà quanto tempo una squisita cena portoghese. 


lunedì 15 febbraio 2021

MONIKA

 

Brano tratto dal mio manoscritto " La Motonave Amrum" 

non ancora pubblicato.

Monika.

… se non fosse stato quell’acuto senso di sopravvivenza che distingue la gente di mare dai comuni mortali, per poco avrei messo su casa Bremen.

L’agognata del momento che era riuscita ad accendere in me, un piccolo bagliore di vita casalinga, tutta lavoro e famiglia lontano da mari navi e oceani, era la cameriera in una birreria nel centro città.

In effetti si trattava di un tradizionale American Bar più che una semplice birreria.

Un locale di lavoro e ritrovo per agenti marittimi, impiegati bancar, faccendieri e giocolieri della altrui palanche vari.

Così ad occhio e croce lei doveva essere sulla quarantina, forse sul groppone aveva qualche annetto di più, sicuramente non di meno; ragion del vero forse un po’ troppo vecchiotta, ma nonostante i suoi anni, molto ben tenuta, anche se  leggiadramente tracagnotta e tozza di statura.

Portava i capelli corti, forse troppo corti, infatti la sua capigliatura le dava un certo estro più mascolino che femminile che rendeva la sua testa sul suo corpulento corpo, ancora più piccola di quello che era.

Il suo modo di vestire poi era decisamente fuori posto e luogo, infatti la sua mania di indossare i vestiti che sembravano quelli di sua nonna mi riportava alla mente una Mary Poppins piuttosto malmessa e malandata.

Il suo stile di vestirsi era veramente indescrivibile e quando sul tutto ci metteva pure un mezzo lenzuolo palestinese a quadretti bianchi e blu, che rimpiccioliva ancora di più la sua testa dal taglio di capelli mascolino sul suo massiccio corpo, beh allora mi sembrava di vedere una scappata da casa per andare a qualche festicciola di Halloween.

Nonostante tutto ciò, la giuliva ragazzotta mi piaceva, convinto com’ero che sarei riuscito a farle cambiare il modo di vestirsi, facendola apparire più umana, lì al banco del Bar, mentre lei serviva altri clienti o scambiava qualche parola con me, decisi di provare a stilizzarmela a piacere.

Già diverse volte mi ero cimentato nell’ardua impresa di far della mia adorata qualche cosa di più umanamente accettabile, impresa che proprio a causa della sua mania di camuffarsi da spaventapasseri vagante, non era certo di facile fattura.

A giorni alternati e dopo lunghe sedute al banco del Coton Bar nel bel centro di Bremen, ero finalmente riuscito a vestirla e addobbarla in modo decente e civile.

A forza di birra ero riuscito a crearle una capigliatura adatta alla sua piccola testa sul mastodontico torso, per lei mi ero ideato una lunga chioma nera che nascondeva in parte la sua testina, facendola apparire più grande e consistente.

Il mezzo lenzuolo palestinese a quadretti bianchi e blu lo avevo gettato nel bidone della spazzatura e i suoi vestiti della nonna, scuri e fuori moda, regalati all’esercito della salvezza.

Avevo anche raschiato lo stucco dalla sua rubiconda faccia e le avevo dato appena un soffio di cipria rossa, perché pur quanto sicuramente sanissima, da sotto lo stucco che le avevo raschiato via era emerso un viso piuttosto pallido, infine l’avevo poi pigiata in un decente Tailleur azzurro scuro.

 Così, o più o meno così, dopo innumerevoli sedute e mezze sbronze, ero quasi riuscito a stilizzare la mia bramata del momento.

Certo non era proprio chissà che cosa, ma alla fine dei conti però, nemmeno io ero qualche cosa di speciale.

Ero marittimo, straniero, incallito bevitore sociale non alcolizzato, pigro con le donne ma attivo al banco della birra, avevo una pancetta in continua espansione, ero mezzo calvo e la mia dentiera era malferma, pertanto non ero di certo un Principe azzurro in cerca della sua Fata Turchina.

Ero tutto quello che si vuole, tutto fuorché un Principe azzurro, quello proprio no.

Come detto, ci ero quasi riuscito, non fosse stato per il suo stramaledetto culo.

Perdinci, il cielo mi sia testimonio se non provai a stilizzare quella sua protuberanza  simile a quella di un Ippopotamo, che le pendeva didietro

Dannazione ci provai per intere giornate ma non c’era nulla da fare e l’unico tangibile risultato di tanta mia volontà stilistica era che mi trovavo ogni giorno mezzo sbronzo e il suo ostinato culo rimaneva sempre uguale.

Determinato a rifilarle un culo più accettabile decisi di rafforzare le mie idee stilite e così con ogni birra mi presi pure una doppia acquavite di ginepro.

Belin, da quel momento per me iniziarono i veri guai e tutto cominciò ad andare a rotoli: dopo giorni di estenuanti prove cominciai ad avere crampi allo stomaco, le mie mani cominciarono a tremate und il suo dannato culo mi sembro ancora più mostruoso di prima.

Quasi demoralizzato ma ancora con l’intraprendenza della gente di mare, senza mezzi termini cambiai cura ricostituente da birra e ginepro a birra e vodka, presto mi accorsi però che il suo culo era diventato ancora più orrendo di prima.

Provai allora con birra e brandy dovetti però desistere quando lo stomaco mi avvertì che se continuavo ad insistere di voler stilizzare un culo impossibile, mi sarebbe scoppiato tra le orecchie.

Quel giorno mi accorsi che ero arrivato al Capolinea e pertanto gettai la spugna; a salvare il salvabile però quel pomeriggio nel locale entrò un mio amico del quale sapevo che era un barista specialista di Cocktail su grandi navi passeggere e lo pregai di insegare a quella disgraziata dal culo impossibile come si prepara un buon Bloody Mary.

I Bloody Mary che trangugiai quel giorno ebbero un vero effetto corroborante da toccasana, infatti mi accorsi che più ne bevevo e più mi si schiariva la testa, era proprio vero; più ne mandavo giù e più mi tiravano su.

Bevvi sufficienti Bloody Mary fino a sentirmi del tutto sobrio tanto da scardinare il mondo, cosa che a dire il vero non fu impresa facile, pagai di nuovo un conto piuttosto salato e ben pepato e avendone abbastanza di culi mostruosi che non si lasciano stilizzare uscii dal locale per non ritornarci mai più.

Andai diritto alla Casa del Marinaio, dove in attesa della mia nave mi ero affittato una camera e dormii per 24 ore di fila, prima  di addormentarmi però chiesi ai folletti verdi dai mostruosi culi che vociando e gesticolando si rincorrevano nella mia camera di starsene zitti e andare a far casino da qualche altra parte.© franco parpaiola

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domenica 14 febbraio 2021

MAREJKE

La Motonave Condor (Storie di uomini e di navi, Band 1)

(Italienisch) Taschenbuch – 16. März 2017

von Franco Parpaiola (Autor)

•Taschenbuch: 314 Seiten

•Verlag: Independently published (16. März 2017)

•Amazon Kindel

•Sprache: Italienisch

•ISBN-10: 1520853440

•ISBN-13: 978-1520853444

• Größe und/oder Gewicht: 15,6 x 2 x 23,4 cm

Versione cartacea ed elettronica

 

Il maledetto ronzio di un’aspirapolvere mi svegliò in modo piuttosto brusco e, come tutte le mattina mi ripromisi di strozzare la ragazza delle pulizie.

Solo dopo aver fumato una sigaretta, mi accorsi che era mezzogiorno e che avevo dormito quasi per venti ore consecutive.

Con la gola arsa mi diedi una veloce lavatina ai denti, mi lavai la faccia come i gatti e poi, vestendomi di fretta, mi precipitai giù per le scale.

Giunto al banco, Paco il cuoco, che di solito a quell’ora e solo nel locale; mi mise subito davanti un bel bicchiere di succo d’arancio e, accorgendosi che l’avevo bevuto tutto d’un fiato, me ne mise davanti un altro. 

Solo allora mi accesi un'altra sigaretta e mi versai una tazza di caffè.

»Da come ti vedo devi aver avuto una notte bestiale.« scherzò il giovane cuoco sorridendo.

»A ragion del vero devo dirti che fu l’altra notte ad essere bestiale, questa passata l’ho dormita tutta e per quasi venti ore filate.« Risposi accendendomi un'altra sigaretta.

Il giovane non rispose mi guardò incredulo e si versò a sua volta una tazza di caffè.

»Vieni questa sera a cena qui da noi?« mi chiese dopo avere sorseggiato il suo caffè.

»Che cosa prepari di buono?«

»Baccalà con le patate.«

 »Alla portoghese?«

»Eh sì, altro non saprei.« Rispose lui in tutta sincerità

»Va bene, ci sarò!« Promisi, bevetti il caffè e me ne versai subito un altro.

Taciturno come sempre, Paco annuì, si prese la sua tazza di caffè e se ne andò in cucina.

Nell’ora che rimasi al banco, bevetti un paio di tazze di caffè e mi fumai diverse sigarette.  Solo dopo questa frugale colazione mi decisi a svegliarmi completamente e a uscire per andare alla conquista del mondo.

In strada il mondo si presentò subito un po’ infelice.

Il cielo era nuvoloso e tirava un vento dispettoso e umido.

La mia ennesima visita a La Grotte si rivelò un vero buco nell’acqua.

Bronka non c’era. Al suo posto dietro il banco trovai una figura femminile dai capelli stranamente ossigenati e con delle strisce viola e rossastre, un vero e proprio incubo dalle tette sbilenche e dalla faccia piena di stucco con sopracciglia nerissime e giganti.

Il profumo che emanava quella donna era dolciastro e ripugnate e, come se non bastasse, non appena mi ero seduto, quella, senza nemmeno salutare o chiedermi cosa volevo bere, sfacciatamente mi domandò se le pagavo da bere.

Mi alzai come morso da una tarantola e riguadagnai l’uscita, promettendomi di chiedere a Kelly dove diavolo andava a cercare certe comparse da museo degli orrori.

Andai a “La Cave”, il terzo e ultimo locale di Kelly nel quartiere ma anche lì, vuoto com’era, era peggio che andar di notte.

La ragazza dietro il banco era un’ex di tante cose.

Molti anni fa era stata una bella donna, una regina di bellezza di provincia, poi animatrice e accompagnatrice di porci facoltosi, poi alcolizzata, poi drogata, e infine incarcerata per furto e truffa, la conoscevo e sapevo anche della sua evoluzione fatta di sogni di notorietà e fantasie varie, di luci rosse e infine, di alcool, droga e carcere.  

Marejke mi faceva veramente pena.

Kelly quasi a mo’ di carità, ogni tanto la faceva lavorare di mattina in quel suo locale.

Le sarebbe bastato controllarsi un poco e non toccare più l’alcol, diventare affidabile e lui l’avrebbe subito assunta con posto fisso dietro il banco.

Marejke invece era troppo alcolizzata, forse ormai del tutto avvelenata dall’alcol e dalla droga.

Un bar, in un caso simile, non era certo il posto adatto a chi di cure anti-alcoliche ne aveva già fatte e interrotte diverse.

La strada che la giovane donna aveva intrapreso l’avrebbe portata presto diritta al cimitero, di questo ne ero sicuro. 

Silenziosa, Marejke mi spillò una birra e, quasi fosse in grado di leggere il mio pensiero, annuì guardandomi dritto negli occhi; non disse una parola, mi guardò annuendo solamente per un piccolo lungo istante e  silenziosa, si ritirò dall’altra parte del banco a centellinare il suo caffè.

Nel bar ci rimasi poco, bevetti solo due birre e, conoscendo le sue condizioni economiche, pagai con venticinque fiorini e le lasciai il resto come mancia.

Lei mi guardò di nuovo annuendo e mentre uscivo, mormorando un saluto e un ringraziamento quasi impercettibili, ritornò al suo caffe e le sue parole incrociate dall’altra parte del banco.

Marejke la fece finita, come mi dissero un giorno i miei amici, un paio di settimane dopo la mia partenza da Rotterdam con la motonave Condor.

La trovarono un mattino nella stanza che Kelly le aveva messo a disposizione senza pretendere nessun affitto.

Una bottiglia di vodka e un tubetto di aspirine in poche ore avevano messo fine a una vita troppo fragile perché potesse vivere da sola, o forse, magari anche troppo individualista o volubile, per vivere in compagnia.

Uscii da “La Cave” senza nemmeno sapere dove volevo andare.

La giornata era insulsa, la strada deserta, quella  mattina, tutto mi dava fastidio; tutto: I locali chiusi, la gente che non c’era, le puttane ancora addormentate a smaltire la sbornia della notte passata, gli amici spariti e inghiottiti in qualche angolo di mondo con il solo biglietto di andata; tutto ciò mi dava fastidio e mi faceva venire quasi il voltastomaco.

Cosi incasinato e di umore strano, quella mattina feci l’unica cosa che mi sembrava sensata da fare: Dal giornalaio mi presi il Bild-Zeitung, dal panettiere cinque panini freschi, dal salumiere dello speck di Merano, del salame Milanese e un litro di latte e, mandando a ramengo il triangolo delle Bermuda con tutti i suoi casini e problemi, ritornai nella Pensione, dove in camera mi lessi il giornale, mi mangiai un paio di panini annaffiandoli con il latte e poi mi rimisi a dormire. 

Puntuale verso le otto di sera ero di nuovo in strada e mi stavo dirigendo direttamente al “Majestic”.

Volevo salutare velocemente un mio amico che si era messo in orbita e ritornarmene subito all’Algarve a mangiarmi il baccalà che Paco aveva preparato per la cena.

Quella sera il “Majestic” era gremito di gente, la creme della creme dell’imprenditoria armatoriale dei dintorni aveva una delle sue famose festicciole, dove i dirigenti dei piani superiori diventavano semplicemente dei porci.

Qualche anno prima, serate del genere erano all’ordine del giorno.

Le Società di navigazione e i cantieri navali usavano animare e intrattenere senza badare a spese i loro clienti VIP nel bordello di Kelly che non finiva mai di ricordarmi che ero stato proprio io a suggerirgli di aprire un bordello.

Diversi anni prima, quella famosa sera nel “La Cave” dove per scherzo suggerii a Kelly di aprire un bordello;  il locale era vuoto per via di un temporale che da ore imperversava sulla città e noi due avevamo cominciato a parlare del più e del meno, ricordandoci di questo e di quello.

Quella sera tra un discorso e l’altro, Kelly mi svelò la sua intenzione di aprire nei tre piani di sopra o una pensione o delle stanze da affittare mensilmente ai marittimi.

Ridendo e scherzando, gli consigliai di aprire un bordello di lusso.

Lo dissi così, scherzando e ricordandogli che alla fine della cuccagna petrolifera nel mare del Nord, tutto si sarebbe calmato e di conseguenza, anche la richiesta di stanze o appartamenti da parte degli addetti ai lavori, sarebbero così venuti a mancare, mentre, gli ricordai, un bordello da che mondo è mondo, specialmente se di lusso, avrebbe avuto sempre da fare.

Ridemmo entrambi.

I suoi angeli della notte che, a quel tempo erano olandesi e che avevano ascoltato la nostra conversazione, mi guardarono subito in cagnesco e così lasciammo cadere il discorso.

Un anno dopo, per pura combinazione, mi trovavo con la mia nave in porto a Rotterdam, proprio il giorno dell’inaugurazione del suo terzo locale nel quartiere e cioè il “Majestic”, il bordello di lusso che gli avevo scherzosamente consigliato e  naturalmente, fui subito invitato a partecipare al party inaugurale.

# # #

Entrai al Majestic cercando di arrivare al banco e Karla fu la prima a scovarmi; la vidi bisbigliare qualche cosa nell’orecchio di un tizio che poteva essere suo padre e venne da me al bar.

»Il tuo amico è un disgraziato!« -Mi apostrofò incazzata nera- »pensa un po’ tu, solo verso mezzogiorno siamo riuscite a convincerlo ad andare a dormire e ora sta dormendo nella mia stanza. Quel porco ha pure pisciato e vomitato nella Jacuzzi e ora non riesco a svegliarlo. Questa gli costerà molto caro credimi. Mi serve la stanza e quello dorme nel mio letto di lavoro. Meno male che questi vecchi porci qua vogliono sempre due ragazze e così uso la stanza della mia amica… ciao marinaio, devo andare a lavorare, vieni a trovarmi qualche volta, la strada la conosci.« Tutta sorridente mi salutò e se ne ritornò al tavolo dal suo babbeo di turno.

Solo allora Tom mi vide e mi preparò subito una Bloody Mary.

»Questa la offre la casa,  ma dimmi, cosa devo fare; Sven ci ha dato in consegna altri venti mila fiorini che aveva prelevato in banca… ora sono da noi in cassaforte e neanche Jana o Kelly sanno cosa fare.«

»Semplice,« -gli risposi- »lasciatelo dormire. Rimarrà qui da voi ancora per un paio di giorni, di questo puoi star sicuro, vedi Tom, tutto questo deve averlo programmato perché altrimenti non si sarebbe appreso tanti soldi. Lasciatelo fare, tra un paio di giorni si calmerà.«

Subito dopo salutai Tom dicendogli che volevo andare a dormire e andai a salutare Jana che come sempre, sedeva alla sua scrivania nell’atrio davanti alle scale.

»Hai sentito? Sven sta rompendo tutti i record!« -mi salutò lei sorridente- » e Karla mi diceva che ha anche fatto la pipì e vomitato nella Jacuzzi. Aggiunse poi scuotendo la testa.

»Lascialo dormire Jana e quando si sveglia presentagli il conto. Tra un paio di giorni si calmerà e ritornerà a lavorare.«

Stavo per  andarmene quando vidi Nicole in compagnia di due agenti marittimi di mia conoscenza mentre scendevano le scale.

Sembrava un po’ sgualcita e stanca ma era pur sempre una gran bella donna.

Nel vedermi i due, un po’impacciati, si affrettarono a passarmi davanti e a sparire tra i loro colleghi nel bar ed io feci finta di non vederli.

»Le tue pastiglie sono molto buone.« -mi salutò tutta eccitata Nicole- »oggi me ne sono procurate delle altre e ora anche le mie colleghe le usano.« -mi spiegò tutto un fiato- »ho molto lavoro e guadagno bene… qui è bello far bum-bum e guadagnare pure dei bei soldi… molto meglio che in Lituania dove a volte, invece dei soldi, prendevo le botte.« Mi informò tutta raggiante e civettuola.

»Ben venuta nell’ occidente d’oro Nicole.« Commentai un po’ interdetto da tanta sincerità.

»Vieni con me questa notte, si?« mi chiese accattivante.

»Un'altra volta, questa sera ho una cena con amici. «

»Bene ti aspetto, ora però devo andare, ciao e grazie di tutto!«

Salutandomi Nicole s’incamminò sculettando verso il suo El Dorado ed io mi girai a salutare Jana, che divertita, aveva seguito la nostra piccola conversazione.

»Stammi bene,« le dissi, posando il mio bicchiere accanto ad un vaso di fiori su uno dei tavolini nell’ atrio.

»Penso che adesso passeranno un altro paio d’anni prima che tu ritorni quassù a trovarci, non è vero?»

»Ci rivedremo senz’altro qualche volta giù al bar,« risposi incamminandomi giù per le ripide scale.

»Ciao marinaio e tieni sempre gli occhi aperti!« mi salutò di rimando.

Girandomi, le feci l’occhiello, e me ne andai a cena nella Pensione Algarve, dove mi attendeva un piatto di Baccala alla portoghese.

sabato 13 febbraio 2021

GERDA

 Brano tratto dal mio libro: La Motonave El Castillo.

  • Herausgeber : Independently published (2. Februar 2019)
  • Sprache : Italienisch
  • Taschenbuch : 577 Seiten
  • ISBN-10 : 1795553065
  • ISBN-13 : 978-1795553063
Amazoin

Gerda,

…. m’incamminai verso il parco dall’altra parte della strada che a quell’ora, a parte un paio di giardinieri al lavoro nelle aiuole, era ancora deserto.

»Gli olandesi sono dei veri maestri giardinieri.« Pensai vedendoli piantare dei bulbi di tulipano nella terra appena dissodata e odorante di fresco.

Questa parte di Rotterdam, la conoscevo molto bene, sulla stessa strada pochi anni prima si trovava la Casa del Marinaio della Missione Marittima Tedesca e un poco più in là c’era il Bar La Grotte, del mio vecchio amico greco Kelly che senza mezzi termini era il miglior Bar del quartiere.

Una decina di anni prima fui proprio io il suo primo cliente e da allora, la nostra era diventata una vera e propria amicizia.

Kelly era anche quello che in questi tempi mi sosteneva finanziariamente e finché non trovavo un nuovo ingaggio, nel suo locale non dovevo nemmeno pagare il conto, era lì nel suo Bar che volevo attendere l’ora di andare al Novotel a incontrare l’Armatore.

Durante il boom del petrolio nel Mare del Nord, i pozzi per estrazione del grezzo e del gas germogliavano come funghi nei boschi, a quei tempi da Rotterdam passavano ogni giorno centinaia di uomini.

In gran parte si trattava manodopera spagnola e portoghese impiegata nei rimorchiatori o nelle navi supporto oppure come saldatori sulle chiatte posatubi americane.

Nel quartiere, diverse agenzie marittime  avevano aperto i loro uffici e il lavoro non mancava a nessuno.

Spesso succedeva anche che interi equipaggi erano ingaggiati direttamente dai banchi della birra nei Bar dove anche l’oste s’intascava la sua paghetta di procacciatore d’ingaggi.

Come d’incanto, un bel giorno tutto fini come nei film del Far West dove all’improvviso, dal nulla nascono interi paesi di ricercatori d’oro per poi svuotarsi all’improvviso; non appena la vena dell’oro si è esaurita e così proprio per mancanza di marittimi  anche la Casa del Marinaio tedesca aveva chiuso i suoi battenti.

 L’edificio era stato affittato da un consorzio di ruffiani che ne aveva fatto un esclusivo bordello di lusso che però, dopo poche settimane dovette chiudere i battenti, per mancanza di clienti.

I pochi locali ancora aperti tiravano avanti alla meno peggio e anche Kelly aveva drasticamente ridotto il suo personale.

Delle sei ragazze animatrici che un tempo anche durante il giorno; invogliavano i clienti a bere ora ne erano rimaste solo tre durante la sera e una sola, durante il giorno.

Una delle ragazze che alle undici del mattino apriva il locale era la mia vecchia amica Gerda: uno schianto di Donna sulla quarantina.

Gerda lavorava già da una decina d’anni con Kelly e noi due andavano molto d’accordo.

Nelle ultime settimane avevamo passato interi pomeriggi a parlare del più e del meno, lei mi raccontava di sé e dei suoi due bambini già grandicelli e di quanta fortuna avessero avuto a non essere a casa quel giorno, quando un aereo dell’El Al cadde sul loro caseggiato, nei paraggi dell’aeroporto di Schipool, distruggendo anche il loro appartamento.

Anche quel mattino verso le undici entrai nel locale e come sempre lei mi saluto ponendomi una tazza di caffè fumante sotto il naso e dandomi la busta con i duecento fiorini che Kelly già da quattro Settimane; mi faceva pervenire ogni Lunedi mattina.

Quel mattino però mi accorsi che con lei qualche cosa non andava, la vedevo seria e pensosa e per niente in vena di ameni e spensierati discorsi.

La osservai in silenzio mentre mi preparava il caffè, presi la busta con i soldi che mi porgeva e la misi nella tasca della giacca e continuando a osservarla, mi accesi una sigaretta.

La guardai in silenzio per diversi minuti poi, però m’incuriosii.

»Forza Gerda dimmi che diavolo ti succede, questa mattina ti vedo troppo seria e pensosa.« Le chiesi così a bruciapelo.

Lei mi guardò, ma ebbi la netta sensazione che guardasse attraverso me e la sua faccia sconsolata che sembrava come scolpita nel marmo,  mi ricordò la Pieta di Michelangelo.

Gerda era una gran bella donna e cara amica mia e mi dispiaceva immensamente vederla triste.

La sua impeccabile chioma bionda che come una cascata dorata le incorniciava la faccia dai chiari lineamenti giovanili che mostrava solo una leggera spolveratina di cipria, le dava un non so che di mistico e pulito.

»Niente di speciale, « -sussurro sommessa, - »sono solo in pensiero per il mio uomo.« Non disse altro e continuò a guardarmi e fissare un punto nell’infinito.

Attesi ancora qualche attimo. »Dai Gerda dimmi che cosa c’è che non va con Dieter.« Chiesi un poco allarmato.

Dieter era un mio ex collega, lo conoscevo già dalla Germania perché a suo tempo, prima di frequentare la scuola tecnico-navale a Cuxhaven eravamo imbarcati sullo stesso peschereccio e avevamo anche compiuto assieme, il tirocinio per-scolastico per Macchinisti Navali.

A Rotterdam, dopo aver conosciuto Gerda, proprio lì nel locale del nostro amico Kelly, Dieter aveva smesso di navigare e aveva, sperando un giorno di aprire una ditta di taxi per conto suo, iniziato a fare il taxista.

»Dai su, non farmi stare sulle spine; è forse ammalto, deve andare in Ospedale, che diamine vi succede, parla perdio? « Le intimai perentorio.

»Ach wo, Dieter sta benissimo, il fatto e che ultimamente pensa solo a lavorare e a dormire. Hai capito? È già una Settimana che il tuo caro amico Dieter non mi monta più. « Sbotto lei tutto un fiato.

Risi; la mia risata, fece tremare il locale, ma era una risata liberatoria, di sollievo perché il mio amico non era ammalato, non certo per prendere in giro Gerda.

»Smettila di ridere o ti rompo una bottiglia intesta, cretino, ma dove siamo, il mio uomo già da una Settimana non mi tocca più e il mio miglior amico mi sta prendendo in giro.?

Ringhiò Gerda sgranando i suoi begli occhi verdi.

»Dieter e sicuramente stanco, tu stessa l’altro giorno mi dicesti che sta lavorando come uno schiavo per rilevare la licenza di un suo collega che presto andrà in pensione. Smettila di darti pensiero, Dieter non è il tipo di andare a donne, ti vuole un bene da matti e nemmeno se lo sogna di andare con un'altra.«

»Hai ragione,« -rispose lei tutta raggiante- »il mio Dieter non va con altre donne e questa sera ha tre giorni liberi. Questa sera preparerò una bella cenetta e quando i bambini saranno andati a letto, accenderò una candela e aprirò una buona bottiglia di vino, sono sicura che passeremo una bella serata.« Aggiunse poi tutta raggiante.

»Sono contento per te, Gerda, ma ti consiglio di non esagerare, perché vedi,« -le spiegai con far da saputello- »una buona cena, rende sonnolenti e se Dieter mangia troppo, poi si mette a dormire e tu ti devi bere in vino tinto da sola. Prepara piuttosto una cenetta leggera a base d’insalata e sedano; sembra che il tutto abbia un potere afrodisiaco portentoso.« Le risposi sorridente.

»Franco! Smettila, ma guarda un po’ tu che roba, con voi due a poco impazzisco. Il mio uomo non mi guarda da una Settimana e tu mi prendi in giro, « -inveì lei cercando di non ridere a sua volta- »dimmi piuttosto se hai trovato un ingaggio.« Chiese cambiando il discorso.

»Credo proprio di sì,« -risposi- »proprio questa mattina mi è stata proposta una nave, l’ingaggio è solo a tempo determinato per tre Mesi, ma almeno potrei uscire da questo circolo vizioso. Questo pomeriggio all tre devo essere al Novotel a Schiedam, dove incontrerò l’armatore; mi sapresti dire quale tram devo prendere per arrivare a Schiedamm.«

»Prendi il Tram numero Uno, proprio qui davanti al locale, alla fermata di Schiedam scendi, il Novotel è proprio dall’altra parete della strada.« Rispose indicandomi la fermata del Tram oltre la scarpata.

Come ogni mattina, parlammo tranquillamente di questo e di quello, fumando diverse sigarette e sorseggiando il nostro caffè e proprio quando erano quasi le tre del pomeriggio e stavo per andarmene; con un mazzo di fiori in mano; il mio amico Dieter entrò nel bar.

»Vi saluto gente, siete stati bravi e avete inquinato il mondo con le vostre sigarette?« Ci chiese ridendo mentre con un gridolino di sorpresa Gerda, tutta splendente e radiosa; usciva da dietro il banco e gli correva incontro sorridendo.

»Sono per me questi bei fiori?« Chiese Gerda mentre lo abbracciava.

»Per chi altro tesoro, per Franco no di certo, lui da me accetta solo birra.« Rispose Dieter chiudendola tra le sue braccia.

»Ora nemmeno una birra, devo andare via, ciao a voi due, a più tardi.« Dissi incamminandomi verso l’uscita.

I due erano troppo impegnati a sbaciucchiarsi per rispondermi, cosi, discretamente levai le tende e me ne andai.

Il tragitto alla fermata del tram a Schiedam durò circa quindici minuti, cosicché alle quindici in punto, ero in portineria dell’albergo a spiegare che avevo un appuntamento con una persona della quale non conoscevo il nome, ne avevo mai visto prima.

Sentendo il mio nome, la ragazza dietro il banco mi disse che una Signora aveva telefonato poco prima e nominandomi, aveva lasciato dire che il mio appuntamento si sarebbe ritardato di una ventina di minuti e che m’invitava a sedermi al bar e bere una birra a spese dell’armatore.

»Bene, grazie, dov’è il bar. « Chiesi alla graziosa ragazza.

»Proprio qui accanto, la prima porta a destra, have a nice day Sir.« Mi rispose la giovane con uno smagliante sorriso.

Il bar dell’albergo era in vero stile americano, con un bel banco tirato a lucido e comodi seggioli di pelle rossa.  Sedendomi, presi dalla tasca del mio Blazer le sigarette e l’accendino e al barista impeccabilmente vestito con pantaloni blu, camicia bianca, farfalla nera e un gilè rosso, che mi salutava; ordinai una birra alla spina.

Questa storia cominciava veramente a incuriosirmi.

Ero anche un poco preoccupato e proprio a causa di tutti questi mezzi segreti mi chiedevo con chi avevo a che fare.

Avrebbe pagato senza far problemi?

Chi era questo sconosciuto armatore che non voleva far saper né il suo, né il nome della sua ditta?

Di che nave si trattava e come mai a bordo non aveva personale in grado di riparare la baracca?

Queste domande mi frullavano il cervello quando poco dopo, un distinto signore sulla quarantina, impeccabilmente vestito di grigio e con una valigetta portadocumenti in mano entrò nel bar.

»In portineria mi hanno detto che Lei è il Signor Parpaiola. Buongiorno Chief io sono il Comandante della nave in questione. « Disse lo sconosciuto senza presentarsi.

Comunque, la mia prima impressione dell’uomo fu che, più che con un Comandante di una nave mercantile in avaria, avevo a che fare con un faccendiere o qualche cosa di simile.

Volevo alzarmi per salutarlo, ma lui mi blocco al volo.

»Rimanga per favore seduto Chief, purtroppo non ho molto tempo a disposizione, in strada c'è una macchina che mi attende e vado molto di fretta. «Disse il mio interlocutore e senza preamboli venne subito al sodo.

Aprì la sua valigetta e mi mise in mano il piano generale di una nave di appena ottocento tonnellate di carico.

»Scheiße, son di nuovo nella merda.« Pensai, quando scorrendo velocemente i dati della nave, mi resi conto che avevo a che fare con una carretta di oltre trent’anni di età, costruita in Spagna già nel lontano 1957.

»La nave ha un motore olandese, un Werkspoor di milleduecento cavalli con turbocompressore BBC e due piccoli gruppi elettrogeni. L’impianto è stato completamente ripassato in un cantiere navale delle Isole di Capo Verde, a bordo, però ora la situazione è catastrofica: non funziona più niente. Uno dei due gruppi elettrogeni e completamente fuori uso e nessuno sa dirmi il perché; il motore principale ha il regolatore di giri in avaria e ho paura che dovrò sostituirlo, l’unico guaio è che il motore non è più in produzione e sul mercato non ci sono pezzi di ricambio. Lei conosce questo tipo di motore Chief?« Chiese infine il Comandante.

»Si, conoscono questi motori a menadito, la mia prima nave come macchinista aveva uno di questi motori ma senza turbocompressore, ma pur sempre un Werkspoor. Le posso anche dire che i regolatori di giri di questi motori sono puramente meccanici e che spesso basta solo pulirli internamente perché funzionino di nuovo.« Risposi.

»Bene Chief, ciò che ha detto mi basta, se lei è d’accordo, dopodomani partiamo da Amsterdam alla volta di Atene e l’isola di Creta e nel Porto di  Sousa, andremo a bordo della nave. In Aeroporto ad attenderci ci sarà pure il Signor Schuster, un cittadino tedesco che abita nei paraggi di Groningen, lui sarà il suo assistente. A bordo per ora ho solo una specie di motorista indonesiano, non vale un gran che, ma ora fa il guardiano di bordo, accetta l’incarico? Mi chiese il Comandante.

»Si, mi sento in grado di eseguire quei lavori di riparazione, ma mi dica quel Signor Schuster si chiama per caso Berny? « Gli chiesi incuriosito.

»Sì, infatti si tratta di Berny Schuster, perché lo conosce per caso? « Chiese il Comandante del quale ancora non conoscevo il nome.

»Berny è stato per lungo tempo il mio assistente su rimorchiatori nel Mare del Nord; è una brava persona e un assistente molto affidabile, mi sarà di valido aiuto.« Risposi.

»Bene allora, se è d’accordo Chief, per lei ho previsto un mensile di 7800 Fiorini.«

Come sentii quella cifra quasi mi si svuotò la testa, ma riuscii a pronunciare un sì, senza balbettare.

Il Comandante mise di nuovo il piano della nave nella sua valigetta e dalla tasca della sua giacca estrasse una busta e me la porse.

»Prenda, il Signor Jan questa mattina mi diceva che Lei sta passando un momento piuttosto difficile, non se ne faccia una colpa, anch’io ne ho passate di ogni colore. Nella busta ci sono mille fiorini, li consideri un acconto.«

L’unica cosa che in quel momento mi meravigliò, fu che mentre prendevo la busta, la mia mano non tremava.

Né più né meno che questo.

»Andy, il Signor Parpaiola è mio ospite, tutto quello che lui oggi beve, lo metti sul mio conto. « Disse il mio nuovo Armatore rivolgendosi al barista che discreto si era messo in un angolo del banco e stava pulendo un bicchiere.

Il barista annuì e continuò a strofinare il già pulitissimo bicchiere.

»La saluto Chief; ci vediamo dopodomani alle nove in punto in Aeroporto davanti all’ufficio dell’Olimpic Airways.« Disse ancora, poi, così com’era venuto, mi salutò veloce con un cenno della mano e a grandi passi e se ne andò via in fretta.

Il mio benefattore se ne era andato ed io comincia a chiedermi se lo dovevo veramente ritenere un benefattore.

Il tutto era troppo elaborato, troppo segreto, non conoscevo il suo nome, non sapevo chi era veramente l’armatore, non conoscevo il nome della nave, tutta questa storia puzzava di bruciato, infatti; non sapevo un cazzo di niente.

Sapevo solo che di punto in bianco ero stato ingaggiato da uno sconosciuto senza nome per tre Mesi a settemila e ottocento fiorini al mese e che lo stesso sconosciuto mi aveva appena dato una busta con mille fiorini in contanti senza ricevuta.

Altro, non sapevo.

»E con questo,« -pensai, mentre mi accendevo una sigaretta- »questa mattina avevo dormito nel dormito pubblico dell’Esercito della Salvezza; avevo fatto una colazione preparata dalle Sorelle di Madre Teresa di Calcutta e manco otto ore dopo mi trovavo seduto su di un bel seggiolone comodo e imbottito all’american bar di un albergo a quattro stelle, con un bell’ingaggio e quello che per il momento era molto importante; con mille fiorini olandesi in contanti in saccoccia.

Cosi mandai i miei pensieri e sospetti al diavolo e ordinai una birra.

Un paio di birre più tardi, ringraziai e salutai il barista e uscii per andare alla fermata del tram per ritornare al “La Grotte” dove sicuramente c’era ancora Gerda e forse;  anche il mio amico Dieter.

Infatti, i due piccioni innamorati erano ancora nel locale e tubavano felici e spensierati come due liceali.

Prima che potessi dire una singola parola mentre Gerda sorridente mi spillava una Birra, Dieter mi fece un piccolo discorsetto: »Stammi bene a sentire vecchio mio: In primo luogo io non ho bisogno di afrodisiaci. Secondo: Gerda ed io abbiamo deciso di sposarci. Terzo; Da domani Gerda non lavora più. Quarto: il tuo vecchio culo è invitato alle nostre nozze.«

»Quinto,« -gli fece eco Gerda mettendomi una birra sotto il naso- »oggi i bambini dormiranno dai loro nonni.« Aggiunse poi tutta raggiante e felice.

»Giacché le cose stanno così, allora in questo caso finiamo la mezza dozzina: Sesto: ho un ingaggio di tre mesi a settemilaottocento fiorini al mese e mille come acconto in tasca.

Presi poi la testa di Gerda tra le mie mani e la baciai sulla fronte.

»Cara Gerda, sono molto contento per te e per voi e vi auguro ogni bene.« Le dissi

Dietre ed io non avevamo bisogno di tanti preamboli alzammo i nostri bicchieri, ci brindammo a vicenda e basta, per rinsaldare la nostra lunga amicizia non ci serviva altro.

Poco prima delle sei, Kelly arrivò con i suoi tre “angeli della notte” come noi chiamavamo le tre ragazze Lituane che durante le ore serali e fino alle due di notte, invogliavano eventuali avventori a bere e a offrire loro un Drink, preferibilmente spumante o per lo meno un Cocktail.

Dopo aver parlato con Kelly, Dieter e Gerda, mi salutarono di nuovo e uscirono dal bar.

Diversi mesi dopo, Kelly mi disse che i due si erano sposati e che Dieter si era messo in proprio come taxista da qualche parte in Olanda e che mi avevano invitato ad andare a trovarli, però mi disse anche che non trovava più il loro indirizzo.

Peccato, alle loro nozze ci sarei andato volentieri; prima di andarmene dopo la festa, sicuramente avrebbe bevuto in silenzio un’ultima birra, chissà, forse due, comunque, Dieter e Gerda, saranno sempre un punto cardinale mei miei ricordi.